Il paradosso del partito di lotta e di governo (da La Stampa – 25.11.2013)

Tre modelli a confronto uniti solo dalle critiche all’esecutivo

FEDERICO GEREMICCA

Ognuno dei tre lo ha fatto a modo suo, cioè con maggior o minor nettezza. Ma è certamente un inedito paradosso quello andato in scena ieri a Roma alla Convenzione del Partito democratico.

Infatti, candidandosi alla guida del Pd, tutti e tre gli aspiranti segretari (Renzi, Cuperlo e Civati) hanno vistosamente strattonato il governo presieduto da Enrico Letta e del quale proprio il Partito democratico è l’azionista di maggioranza.

Un paradosso inedito, certo, ma non inspiegabile: e ancora frutto – in piena evidenza – dell’onda lunga della delusione provocata dal voto del 24-25 febbraio, arrivata dalla periferia del partito fino al vertice.

Benchè non inattesa, non si tratta di una buona notizia per Enrico Letta, impegnato a far quadrare conti ed equilibri politici sempre più traballanti. E se il premier poteva aspettarsi l’affondo di Matteo Renzi («Il governo sia efficace nelle scelte di politica economica e nelle riforme istituzionali, altrimenti le larghe intese diventano solo il passatempo per superare il semestre europeo») e il giudizio tranchant di Civati («Fatta la legge elettorale l’anno prossimo si può tornare a votare»), forse non si attendeva analoga posizione da parte di Gianni Cuperlo («Il governo non ha più alibi, e deve scuotere l’albero perché i frutti cadano a terra»).

Un paradosso, dunque, che affonda le proprie radici ancora nello choc per la mancata vittoria elettorale di inizio anno e nella delusione per la nascita di un governo più subito che scelto: ma un paradosso che il futuro gruppo dirigente del Pd farebbe bene ad affrontare (finalmente) prima che produca effetti che potrebbero andare anche oltre una già grave e temuta crisi di governo. Le critiche e le riserve avanzate ieri dai tre candidati segretari alle larghe intese e all’esecutivo in carica, sono – infatti – l’inevitabile proiezione degli umori che circolano tra iscritti ed elettori, ai quali Renzi, Cuperlo e Civati stanno chiedendo il voto: e potrebbero, dunque, rientrare o affievolirsi una volta conclusa la competizione. Ma nel partito, intanto, si vanno scavando solchi profondi che – a lungo andare – rischiano di diventare baratri non più colmabili.

Se ne è avuta una prova, ieri, col durissimo scambio di contestazioni andato in scena tra Cuperlo e Renzi. L’aspro faccia a faccia, se vogliamo chiamarlo così, ha riguardato i rispettivi programmi per rimettere l’Italia sui binari della crescita e l’idea stessa di partito che i due candidati coltivano e propongono. Basti citare l’accusa, velenosissima, che Cuperlo e Renzi si sono rimpallati: «Noi non siamo il volto buono della destra, noi siamo la sinistra», ha ammonito il candidato sostenuto da Bersani e D’Alema; «Cuperlo ha ragione – ha replicato il sindaco di Firenze – ma non dobbiamo nemmeno essere il volto peggiore della sinistra». Si fronteggiano, insomma, due idee praticamente opposte di partito, con tutto quel che ne segue (e ne potrà seguire…) in termini di programmi, politica delle alleanze e natura stessa del Pd.

In una fase di caotico riassestamento del sistema politico, con scissioni laceranti che hanno già riguardato due dei tre partiti impegnati nelle larghe intese (Scelta Civica e Pdl) l’idea che anche il Pd possa esser travolto dalle sue divisioni, non solo non appare più un’ipotesi di scuola – come poteva essere ancora qualche mese fa – ma perfino una via percorribile senza troppo «scandalo», considerata la fase. È evidente che la circostanza sarebbe esiziale per un partito nato come alfiere del bipolarismo, sull’onda di una dichiarata «vocazione maggioritaria»: ma al punto cui è giunto il dibattito interno al Pd – e alla luce di quel che va accadendo tutt’intorno – sottovalutare la possibilità di un esito traumatico dello scontro in corso, sarebbe un errore gravissimo.

E così, tra le eredità che riceverà in dono il futuro leader del Pd, c’è anche questa: la necessità di tenere assieme un partito segnato da profonde divisioni politiche, rancori personali e voglia di mandare tutto all’aria. Matteo Renzi – indicato da tutti i sondaggi come favorito nelle primarie dell’8 dicembre – dovrà dunque soppesare con attenzione le sue prime mosse da leader. Già avviare la sua segreteria provocando elezioni anticipate in primavera (ipotesi che il sindaco di Firenze sembra, quantomeno, non temere) potrebbe nascondere insidie imprevedibili; cercarle addirittura con un Pd che si divide e si scinde, rischia di trasformarsi in un errore esiziale: per il Paese, certo, ma anche per il futuro ed il destino dello stesso Partito democratico…

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