Cambiare il partito per cambiare il paese (da Europa – 23.11.2013)

Se vince, mi piacerebbe che Matteo Renzi facesse una consultazione sul governo, come ha fatto la Spd prima di decidere sulla Grande coalizione

Le prossime primarie per l’elezione del nuovo segretario del Pd non riguardano solo elettori e iscritti. In giuoco vi è qualcosa di più profondo che va al cuore della questione che rende drammatica la situazione italiana: una crisi di rappresentanza democratica che investe le istituzioni, i partiti, i sindacati e l’insieme delle rappresentanze sociali.

L’astensione, il voto al M5S, la radicalizzazione estrema delle lotte per il lavoro e la disperazioni di tanti imprenditori, mostrano una distanza che sembra incolmabile tra la società e le istituzioni.

Il Pd, per le sue dimensioni, e per il fatto che rimane ancora il centro gravitazionale del mondo democratico e progressista, è l’unico che può provare, senza però ulteriori prove d’appello, a rimettere in connessione un pezzo importante del popolo democratico con la propria rappresentanza.

Che ciò sia ancora anche solo ipotizzabile, malgrado l’impressionante sequela di errori delle leadership degli ultimi anni (enormi quelli degli ultimi due) è la prova della grande vitalità del campo democratico inteso come insieme degli elettori e dei militanti del centrosinistra, molto più lungimirante dei loro presunti leader.

Le polemiche e le denunce sul tesseramento svelano uno stato inaccettabile del Pd com’è oggi, preda di gruppi in lotta tra di loro non per le idee ma per il potere. Ciononostante, centinaia di migliaia di persone hanno partecipato, si sono appassionate, hanno deciso. E hanno consegnato a Matteo Renzi una vittoria tra gli iscritti sulla quale nessuno avrebbe scommesso all’inizio.

Renzi certamente interpreta più di tutti il bisogno di cambiamento radicale che vive nella base del popolo democratico, anche se Cuperlo e Civati sono candidati degnissimi. La carta in più di Renzi è che, tra di essi, è l’unico che può candidarsi anche alla premiership. E il Pd, piaccia o no, da quando è nato ha candidato il suo segretario alla guida del paese.

Tuttavia, anche Renzi, se sarà eletto e se vorrà vincere le resistenze e realizzare un vero cambiamento del Pd, indispensabile per potersi proporre credibilmente alla guida del paese, dovrà liberarsi di molta zavorra che ha appesantito il suo cammino da quando si è capito che avrebbe vinto. Cambiare il Pd e cambiare il paese devono essere la stessa missione.

A me, che non ho alcun potere e alcun titolo per chiedere alcunché, piacerebbe che Renzi facesse sua almeno una proposta. Quella di Goffredo Bettini e di Campo democratico, per una consultazione sul governo. Come fatto dalla Spd prima di decidere sulla Grande coalizione.

La discussione va sottratta alla oligarchie e restituita a una decisione democratica, soprattutto dopo la rottura nel Pdl, la cui natura non è ancora chiara. In ogni caso: se si tratta di una rottura vera, essa postula l’alleanza strategica con un pezzo della destra che muterebbe di colpo la strategia del Pd, che dovrebbe abbandonare il bipolarismo che è nel suo Dna; qualora invece si trattasse di uno “spacchettamento” del Pdl per riproporre una nuova alleanza alle prossime elezioni si riproporrebbe lo stesso film visto alle ultime elezioni: il Pd che si fa carico da solo delle misure impopolari e il fiume del populismo che si ingrossa.

Un governo così prigioniero del tatticismo politico può prendere le decisioni necessarie per rispondere allo stato gravissimo del paese? Non sarebbe più forte Renzi, o chiunque vinca, se affidassero la decisione al popolo democratico?

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