“Cambiare il Pd per cambiare l’Italia. E le primarie sono il primo passo” di Enrico Farinone*

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*http://www.europaquotidiano.it/2013/11/17/cambiare-il-pd-per-cambiare-litalia-e-le-primarie-sono-il-primo-passo/

Il rischio maggiore che corre Renzi è che al voto dell’8 dicembre che non vengano in molti

La grande forza di Matteo Renzi è che moltissimi italiani, sfiduciati da una politica incapace di affrontare con efficacia la crisi economica e stufi di partiti ormai indistintamente percepiti come lontani dai loro problemi, sperano nella sua effettiva volontà di dare una scossa al sistema, di promuovere un deciso “cambio di passo”, di rompere schemi precostituiti, di superare eterne contrapposizioni para-ideologiche, di archiviare 20 anni di improduttivo scontro fra berlusconiani e antiberlusconiani, insomma di rinnovare, riformare, cambiare superando ogni conservatorismo.

Questi italiani sperano in un mutamento radicale del modo in cui le cose procedono (anzi, non procedono) in Italia. Non hanno certezza che Renzi possa riuscire nell’impresa, e sanno che lui avrà bisogno della collaborazione di molti, di tanti. Ma vogliono crederci, forse convinti da quell’aria un po’ guascona del personaggio ma senz’altro attirati dalla sua energia vitale, positiva, ottimistica.

Voglia di farcela, disponibilità a tentare nuove strade, capacità di rischio nella ricerca di soluzioni innovative adatte per un tempo diverso da quello del secolo scorso, per una società mutata, per un mondo globalizzato nel quale gli schemi del passato non reggono più. Una ventata di freschezza, dovuta anche alla sua giovane età, oltre che alla modalità dirompente con la quale si è fatto conoscere dal grosso pubblico.

Verranno questi cittadini a votare alle primarie del Pd? Un partito da molti di loro considerato vecchio e che certamente quest’anno non ha offerto una bella immagine di sé, dallo scandalo dei 101, all’infinita diatriba interna sulle norme congressuali, alle ultime accese polemiche e liti sul tesseramento.

E’ questo il rischio maggiore che corre Renzi: che non vengano. Ed è palesemente, al contrario, la speranza di molti (non tutti, bisogna riconoscerlo, a cominciare dai suoi diretti avversari alle primarie) dei suoi avversari interni.

Che puntano a una vittoria fra gli iscritti e ad una sconfitta dignitosa fra gli elettori, risultato raggiungibile se i votanti dell’8 dicembre (la data dice già molto…) non saranno tantissimi (e in questo clima generale è francamente difficile immaginare che saranno numerosissimi).

Se questo timore è fondato, e lo è, allora lo slogan-concetto che davvero meglio rappresenta la battaglia di Renzi e dei suoi sostenitori è quello adottato da molti dei comitati in suo sostegno che si sono attivati nelle tante province italiane: «Cambia il Pd per cambiare l’Italia».

Qualcuno vorrebbe che si parlasse del solo Pd. Ma così facendo si limiterebbe l’interesse delle primarie ai soli “interni” quando invece l’obiettivo del Partito democratico è quello di chiedere – prima o poi – un voto agli italiani per provare davvero ad intercettare l’imperiosa voglia di cambiamento e di riscatto che c’è oggi nel paese.

Mai come questa volta il messaggio al Pd e all’Italia deve essere coincidente. A quei tanti connazionali che hanno questioni serie e gravi da risolvere degli equilibri interni al Pd importa poco o nulla. Interessa invece capire se il Pd è disponibile ad occuparsi di loro, dei loro problemi. E’ questo il punto vero. Il nodo che il congresso dovrà sciogliere.

E solo Renzi, fra i candidati, si propone esplicitamente di affrontarlo aprendo a tutti i possibili elettori da conquistare, provando ad includere piuttosto che a escludere, evitando di delimitare rigidamente il campo. Nell’interesse, questo in troppi non lo capiscono o non lo vogliono capire, del Partito democratico: che si candida a guidare l’Italia nella fuoriuscita da un ventennio inconcludente o quasi e, così facendo, nella fuoriuscita dalla crisi.

Questa proposta noi che seguiamo le cose dall’interno la chiamiamo “vocazione maggioritaria”, ovvero la motivazione fondativa del Pd, senza la quale questo partito non avrebbe, non ha, significato.

L’idea cioè, e l’ambizione, di governare il paese in virtù di un largo consenso popolare ottenuto per un’idea riformatrice, fors’anche rivoluzionaria, della nuova Italia. E non per un accordo incerto fra alleati divisi su troppi temi e quindi incapaci di scelte di fondo. Quelle di cui, invece, l’Italia ha un disperato bisogno.

17.11.2013

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