Congressi con carte bollate: è un Pd in mezzo al guado (da Europa – 01.11.2013)

Le assise non sono stati altro che seggi elettorali per procedere a una conta. Nessun dibattito sui candidati alla segreteria provinciale e sui loro documenti programmatici

Creare aspettative che non si riescono a soddisfare è uno degli errori tipici di tutte le forme di massimalismo, non necessariamente di sinistra. È una trappola nella quale cade il Pd quando esercita i momenti fondamentali della propria democrazia interna: promette più di quanto realisticamente si può dare e ottiene il contrario di quello che si desiderava. Così oggi più della diversità positiva rappresentata dal congresso del Pd si parla delle liti e delle carte bollate, dei limiti culturali e politici che emergono da questa esperienza.

Il fatto è che, come per altre vicende, nella crisi italiana che impone la ridefinizione dei comportamenti di tutti gli attori politici, si rimane in mezzo al guado. A metà tra la difesa di quello che appare l’unico modo di operare e le conseguenze delle novità che pure si sono introdotte proprio per superare i propri limiti. Si cambia più nella pratica che nella cultura che dovrebbe sorreggerla.

I congressi si sono sempre fatti così: strutture di base (locali) che delegano ai livelli intermedi e questi che delegano al livello superiore (nazionale). Anzi per difendere il senso comune creatosi attorno alla routine si raccontano storie che non trovano riscontro nella realtà: quelli di prima sì che erano congressi dove le persone potevano decidere davvero la linea del partito, allora sì che c’era partecipazione democratica, che le tessere contavano, che il partito aveva identità.

E così si continua a dare per scontato che l’unica possibile ed efficace forma organizzativa della rappresentanza politica fosse e non potesse che essere quella del vecchio Pci. Cosa da dimostrare e non dimostrata.

Ma il Pd era nato con ben altro obiettivo: spostare il baricentro dei processi di legittimazione dall’interno del partito, gli iscritti, all’esterno, gli elettori. Una svolta che nasceva dalla presa d’atto dell’inefficacia delle vecchie forme organizzative che avevano di fatto portato a Tangentopoli.

La ragione d’essere del partito veniva spostata tutta dalla costruzione di un embrione della città futura (e dell’uomo nuovo) verso l’esercizio delle funzioni di governo. Il ruolo essenziale del partito, di tutti i partiti democratici, è far funzionare meglio le istituzioni democratiche e, per questo, il core business della ditta, diventava selezionare il personale di governo e trovare la forma migliore per garantire un proficuo scambio tra la società e i livelli di governo tra una verifica elettorale e l’altra.

Ma le conseguenze di questa scelta non sono state tratte fino in fondo. Né da chi – come Veltroni – alle primarie aveva attribuito quasi esclusivamente il ruolo di plebiscito confermativo né, logicamente, da chi – come Bersani e D’Alema – subito pochi mesi dopo la nascita del Pd viste le conseguenze implicite nelle scelte fondative, ha sistematicamente fatto di tutto per neutralizzarle.
Eccoci allora all’esperienza recente dei congressi di circolo. Essi appaiono ormai evidentemente più che il modo di definire la linea politica o scegliere i dirigenti locali, il modo per creare uno stato di fatto che depotenzia il valore della scelta del segretario-leader attraverso il coinvolgimento degli elettori.

I congressi in sostanza non sono stati altro che seggi elettorali per procedere a una conta. Nessun dibattito sui candidati alla segreteria provinciale e sui loro documenti programmatici.Tutta la liturgia congressuale si è concentrate sull’allestimento del seggio e sul voto. Altro che mobilitazione cognitiva e argomentazione pedagogica. A questo ha contribuito anche il divieto di apparentamento tra candidati locali e primarie per la segreteria nazionale.

Che fare? Sostenere che sia possibile un’altra forma di partecipazione capace di selezionare collettivamente la linea politica? Riattizzare la promessa massimalistica o prendere atto che quanto accade ha spinte complesse e forti? Meglio prendere atto delle forze che stanno trasformando la società e cercare di governarle. L’esercizio del voto è considerata l’azione principale della democrazia e anche dell’adesione al partito.
Si vuole contare e contare – anche se poco – sembra molto più possibile esprimendo un voto, quantificabile, che partecipando a un dibattito i cui esiti nessuno considera.
Come dare torto a un sentiment così diffuso e realistico. Allora perché non considerarlo un dato di fatto. Alle persone interessa contare e quindi votare. Interessa scegliere le persone perché queste incarnano idee e comportamenti. Allora la domanda torna all’inizio del nostro ragionamento perché non aprire del tutto agli elettori anche la selezione dei diversi livelli di leadership interna? Anzi, perché non plasmare tutta l’organizzazione in funzione dell’atto essenziale della democrazia cioè la selezione dei candidati ai ruoli istituzionali? Perché attardarsi a difendere una struttura piramidale concepita come autonoma e parallela alle istituzioni democratiche riproponendo il vecchio principio di un partito che conta più degli eletti e che di fatto aspira a dirigerli dall’esterno?

Scrive Walter Marossi su www.arcipelagomilano.org in un interessante riflessione su congressi PD a Milano e provincia: «I votanti sono stati 7.898 di cui in città 2.775. Alle primarie tra Renzi e Bersani solo un anno fa avevano votato in Milano e provincia 173.185 elettori di cui 88 mila in città e 84 mila in provincia, un rapporto quindi di 1 a 22 nell’area metropolitano e di 1 a 35 in città. Alla camera il PD ha preso pochi mesi fa 508 mila voti con un rapporto voti/partecipanti domenica di 1 uno a 65 in provincia e di 1 a 75 in città. Siamo lontani anni luce dal rapporto iscritti voto del Pci, Psi o Dc ma anche da quello di altre federazioni sia lombarde (Pv 1/26, Bs 1/38, Va 1/46, Bg 1/56) che di altre regioni (Enna 1/6 votanti ma iscritti 1/3,5, Palermo 1/20, Bologna 1/38) e pure dalle primariette natalizie quando si dice votarono 33.815 elettori».

Dati questi numeri e con i comportamenti che testimoniano la trasformazione dei congressi in seggi elettorali perché non prendere atto che il passaggio definitivo verso il coinvolgimento degli elettori diventa obbligato?

Il partito va quindi definitivamente plasmato attorno alle istituzioni democratiche, gli eletti. Inutile attardarsi nel tenere in piedi i cascami di un’idea di partito che si fa stato o intende surrogarlo. Meglio livelli organizzativi – autonomi e certificati – coerenti e corrispondenti alla assemblea elettiva di riferimento: comune, regione, parlamento nazionale. Poi strutture di coordinamento giustificate dalla necessità di avere politiche comuni e non dal proposito di dirigere gli eletti dall’esterno delle istituzioni.

Il leader è il premier o il capogruppo dell’opposizione. La decisione sulle delibere o le leggi deve assumerle il gruppo non la direzione. Nelle assemblee elettive devono essere presenti i leader potenziali, gli esponenti di spicco. Ci vorrà qualche tempo ma a regime la democrazia italiana dovrà funzionare così (o almeno oggi questo pare preferibile). Il caso d’eccezione del governo Letta è appunto un’eccezione e non può condizionare la regola.

Quindi un partito arcipelago, come ripete giustamente Pietro Bussolati a Milano riprendendo un concetto di Walter Veltroni. Fatto di strutture che in autonomia si danno le regole interne per scegliere e verificare il proprio operato, che assumono un comportamento adeguato a valori ispirativi condivisi e che convergono, quando le scadenze lo chiedono, alla organizzazione delle primarie che rimangono il cuore della attività delle organizzazioni.

Circoli che diventano luoghi di sperimentazione democratica e palestre di formazione di leadership, soggetti capaci di interpretare la società e di veicolare le sollecitazioni raccolte verso le assemblee elettive. E assemblee elettive fatte di politici consapevoli che la loro elezione è legata al giudizio che gli elettori esprimono sulla capacità di trasformare bisogni sociali in politiche pubbliche.

Se come dice Giovanni Cocconi su Europa di ieri Matteo Renzi ragiona da segretario del partito e non è ossessionato dall’idea di arrivare a palazzo Chigi a tutti i costi è auspicabile che presto si dimostri in grado di mettere ordine in questo grumo di problemi e di fare uscire il Pd, la sua cultura politica e organizzativa, fuori dal guado.

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