Dal dileggio alla santificazione ora sono diventati tutti «renziani» (dal Corriere della Sera – 29.10.2013)

Pierluigi Battista

Matteo Renzi (Ansa)Matteo Renzi (Ansa)

Ora è il trionfo della Leopolda. Ora sono tutti «renziani» della prima ora. Ora che Matteo Renzi può sperare in un plebiscito, ora che è considerato nel Pd il salvatore della Patria e tutta la nomenklatura del partito si produce in grandi e spudorati inchini, ora però si potrebbero ricordare le parole sprezzanti di chi lo voleva espellere dal corpo sano della sinistra non un secolo fa, ma un anno fa, proprio in questo scorcio di autunno. O anche due anni fa, esattamente il 5 novembre del 2011 quando, durante una manifestazione del Pd a piazza San Giovanni, Renzi, reduce dalla Leopolda, venne accolto da fischi, invettive, insulti, spintoni: «vai ad Arcore», «Buffone», «sei un Berlusconi», «giù le mani dal Pd». Senza che neanche un dirigente del partito trasmettesse la sua solidarietà al sindaco di Firenze fatto bersaglio di una manifestazione di così clamorosa intolleranza.

Solo un anno fa, per dire la rapidità con cui in Italia si passa dal dileggio alla santificazione, dalla demonizzazione al culto della personalità. Solo un anno fa la stampa che, per così dire, fiancheggiava con più nettezza la politica dell’allora segretario Pier Luigi Bersani, non riservò un trattamento principesco al giovane sfidante. Sull’Unità , giornale del partito, storico quotidiano «fondato da Antonio Gramsci», un intellettuale come Michele Prospero gratificava in prima pagina Matteo Renzi con questo aggettivo: «fascistoide». «Il termine rottamazione ha un’ascendenza fascistoide», così, senza diplomazia. Sull’Espresso si sprecavano sarcasmi sul candidato Renzi che tanto piaceva alla destra, elencando tutti i nemici, da Gasparri a La Russa, da Dell’Utri addirittura sino a Nicole Minetti, che avevano manifestato una sia pur blanda stima per lui. Arruolato persino Lele Mora, di cui venne immortalato un decisivo giudizio politico sull’infido Renzi: «un gran figo, è sexyssimo». Sulle stesse pagine del settimanale si costruì anche il disegno occulto di un diabolico complotto che Renzi, in combutta con l’arcinemico Berlusconi, avrebbe architettato con perfidia per meglio demolire la sinistra dall’interno. Lo ribattezzarono nientemeno che «Piano B», un «piano di rinascita berlusconiana». Solo un anno fa. E solo un anno fa Renzi sfoggiò una risposta che sarebbe diventata un classico del sarcasmo politico: «oltre a me e a Verdini, c’erano anche Luciano Moggi, Licio Gelli, Jack lo Squartatore e Capitan Uncino». Anche Eugenio Scalfari, su Repubblica , metteva in guardia il Pd, perché dalla vittoria di Renzi sarebbe scaturita una mutazione genetica simile a quella imposta da Craxi al vecchio Psi, senza considerare che il programma di Renzi era solo «carta straccia».

Certo, non tutti in quest’anno sono passati sulle sponde renziane, ma pochissimi hanno continuato a usare contro di lui stilemi di aperta ostilità. È rimasta sulla trincea opposta Anna Finocchiaro, che ha gratificato di uno sprezzante «miserabile» il rottamatore fiorentino. Ha invece radicalmente cambiato idea Dario Franceschini che un anno fa definiva il leader ora apprezzato come una «risorsa» alla pari di un «virus che ci ha indebolito»: «un giovane effervescente» ma «mi pare un po’ pochino». Per Susanna Camusso, Renzi era nientemeno che «un problema per il Paese». Ugo Sposetti, il tesoriere dei Ds, faceva i conti in tasca alla campagna elettorale renziana per le primarie, e sosteneva che le spese ammontavano a due milioni 800 mila euro, ben oltre i 200 mila euro regolamentari. Laura Puppato, competitrice nelle primarie, accusava Renzi di essere teleguidato durante i dibattiti, avendo sempre «sottomano il telefonino». Alessandra Moretti, allora tra i principali esponenti della campagna pro Bersani, sosteneva che Renzi era «un maschilista con una corte di donne attorno a lui».

Le accuse discendevano sempre dal sospetto che Renzi fosse un berlusconiano infiltrato nelle schiere della sinistra. Dopo una cena con magnati della finanza a Milano, Bersani criticò il suo avversario che aveva stretto frequentazioni con Davide Serra, colpevole di avere «base alle Cayman». Per Nichi Vendola il messaggio era esplicito, perché Renzi, con cui pure oggi il leader di Sel afferma che è possibile stringere un’alleanza, era portatore di una «marcata adesione ai modelli culturali che debbono essere rottamati». E ancora Vendola: «il suo è un messaggio berlusconiano». Per Rosy Bindi «la sua visione della democrazia non piace alla maggioranza del Pd». Figlio della «demagogia della destra berlusconiana», si disse. E si disse perché sembrava che la rottura politica di Renzi, con un Pd spedito verso la vittoria elettorale, fosse qualcosa di pericoloso. Un anno, ed è arrivato il contrordine.

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