Oltre Renzi (da l’Espresso – 28.10.2013)

di Marco Damilano

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Si chiude con un irresistibile Jovanotti, «in questa notte fantastica/che sembra tutto possibile/ribalteremo il mondo», la gigantesca ex stazione Leopolda diventa un enorme discoteca in cui migliaia di corpi ondeggiano. Il momento in cui Matteo l’icona pop che per tre giorni introduce video di Benigni e di Bisio, quello che «se avesse le tette farebbe anche l’annunciatrice», come diceva Enzo Biagi di Berlusconi, e Renzi il politico scafato abilissimo nella manovra e micidiale nell’esecuzione tornano a essere una sola persona. Perché la Leopolda vista in questi giorni è qualcosa di più dell’ormai arcinota cattedrale post-rivoluzione industriale, caotica, affollata, di giovani, anziani, bambini, amministratori, telecamere, circo mediatico scatenato e finalmente a suo agio nel suo habitat naturale, dove messaggi, suggestioni, seduzioni rimbombano senza limiti. È il cuore pulsante del progetto Renzi per cambiare il Pd e poi, chissà, il Paese. È il suo partito. Tanto più significativo ora che in apparenza il Leader non avrebbe bisogno di tenerlo vivo, gli basterebbe aspettare e prendersi il potere, tra quaranta giorni, l’8 dicembre, in un altro partito: il Pd.

Ero tra quelli che temevano alla Leopolda l’assalto di combattenti, reduci e riciclati, i colonnelli e qualche generale dell’esercito sbagliato, quello del centrosinistra degli anni Duemila che ha perso tutte le battaglie. E credevo che questa sarebbe stata l’ultima edizione del raduno fiorentino: si spiegava quando Renzi era un outsider, un sindaco fuori dai circuiti romani con l’esigenza di farsi sentire e di dare voce a quelli come lui, una minoranza in un partito che a ogni edizione, puntualmente, organizzava una contro-programmazione, un altro evento nazionale del Pd per condizionare o oscurare l’appuntamento renziano. Ma ora che, come sembra, tra qualche settimana Renzi conquisterà il vertice del Pd, mi chiedevo, che bisogno avrà di continuare a riunirsi alla Leopolda?

Mi sbagliavo. E la risposta alle mie domande è arrivata fin dalla prima sera, ai cento tavoli programmatici riuniti sotto la volta della stazione. Tavoli tondi a metà strada tra il ricevimento di nozze, il bingo e il condominio. Una babele, chi parlava di stabilimenti balneari e chi di polenta, chi di marketing e chi di riforme, chi di femminicidio e chi, Dio lo perdoni, di packaging for news, talmente criptico che perfino i partecipanti di quel tavolo avevano preferito parlare d’altro. Neppure un tavolo sul Pd. Eppure i tavoli già erano un indizio per capire come sarà il Pd di Renzi. I politici di professione, deputati e senatori, renziani e non, della prima e dell’ultima ora, si perdevano nel colpo d’occhio del grande dibattito a cielo aperto. La contromisura presa dal Bimbaccio alla Leopolda, qui le regole le detta lui. Nessun politico di professione al microfono, se non i sindaci come Piero Fassino o Michele Emiliano, e il segretario del Pd Guglielmo Epifani che si sta dimostrando di una pazienza infinita. Ci voleva capacità di sopportazione senza limiti per non scomporsi troppo di fronte alla sequenza di accuse che piovevano dal palco sulla testa dell’ex segretario della Cgil. «I sindacati hanno rubato il futuro ai giovani», sparava Davide Serra, il finanziere della City di Londra che un anno fa aveva provocato una campagna dell “Unità”, di Ugo Sposetti, del gruppo bersaniano contro il sindaco amico dei paradisi fiscali. E poi botte contro «l’accozzaglia di gerontocrati perdenti» che governa il “Corriere” e contro i capitalisti italiani «che truccano le regole del gioco». Quando è intervenuto Epifani sembrava appartenere a un’altra epoca, quella della Cinquecento e della Vespa in mostra fuori la Leopolda e sul palco.

Come sarà il Pd di Renzi, solido o liquido? Né l’uno né l’altro, sarà un partito disciolto. Con i suoi vecchi dirigenti condannati a sparire nel mare magnum della Leopolda, come Nicola Latorre o come Dario Franceschini che entra in sala proprio mentre sul palco si evoca la parola coerenza. I protagonisti continuano a essere altri: i non invitati, un popolo costruito in anni di lavoro, che a questo punto ha un linguaggio, un progetto, un percorso comune, qualcosa di molto raro nella politica italiana degli ultimi anni. Un’appartenenza. Un’identità. Ma flessibile, magmatica, mobile, non bloccata dalle ideologie, in grado di assorbire, accogliere, ascoltare, rimettere in circuito.

«Noi siamo quelli che scommettono sulla politica», ed è la cosa più di sinistra detta dal sindaco-rottamatore. Dopo anni di atti di fede e di innamoramenti per la società civile, gli imprenditori, i tecnici e gli attori comici, Renzi si candida a governare l’Italia da puro, purissimo professionista della politica, uno che alla politica ci crede e ne fa una scelta di vita. Renzi, presentato a ragione come il distruttore della forma-partito, il destrutturatore degli antichi apparati, è la vera alternativa della politica alla dissoluzione del Pdl, diviso tra gli antichissimi riti dei consigli nazionali e dei documenti di corrente senza più un partito forte in grado di sostenerli come erano la Dc o il Psi o il Pci e la soluzione monarchico-ereditaria Marina Berlusconi, ma anche alle piramidi tecnocratiche sostenute dall’alto, il collante comune delle larghe intese alla Monti e alla Letta, e al ciclone del Movimento 5 Stelle. È Renzi l’anti-politico il difensore della nobiltà smarrita della politica. Solo un politico strutturato può permettersi il lusso di fare l’elogio della semplicità. Uno che si è costruito negli anni, non solo come comunicatore, uno che ti offre la Nutella ma è abituato alle asprezze delle guerre politiche, una sofisticatissima macchina da combattimento.

«Che cosa c’entra la Leopolda con la politica?», si chiede infatti il ministro Graziano Delrio, qualcosa di più di un numero due della gerarchia renziana, per Matteo una specie di fratello maggiore saggio, paziente e giusto, con l’esperienza del medico e del padre di nove figli, l’ideale per un leader che divora colonnelli e mal sopporta consiglieri. «Il partito è uno spazio pubblico, come la sanità o la scuola, ma io vorrei che si riunisse per parlare di Imu o della Siria, non solo per eleggere i segretari di circolo, porco boia!». L’Onda renziana, per la prima volta, si misura con la possibilità di vincere. Ma anche con la necessità di attendere: il tempo delle elezioni si allontana. E l’agenda si aggiorna,si infittisce: riforma elettorale in senso maggioritario, eliminazione del Senato, chiusura delle amministrazioni provinciali. La novità più forte: la riforma della giustizia, «ineludibile, ce lo dice la storia di Silvio», spiega Renzi, trattiene il fiato come tutta la platea, «nessun fischio, bene: dico Silvio Scaglia, l’amministratore di Fastweb ingiustamente detenuto, non l’altro Silvio», meno male. L’Europa e l’attacco ai parametri e all’assenza da Lampedusa e dal Mediterraneo, «lady Ashton è stata un disastro» (D’Alema sarà stato contento). Il lavoro, con l’attacco alla sinistra e ai suoi tabù, «una sinistra che non aiuta a creare posti di lavoro in più non è sinistra, la sinistra che conserva non è sinistra, è destra». E la cultura, con la riapertura di un fronte polemico evocato a Verona al momento di lanciare la candidatura a premier il 13 settembre 2012: gli intellettuali, «dai sovrintendenti agli editorialisti», i conservatori del pensiero che «con la storia del ‘68 continuano a raccontare una storia non vera». La sera prima era stato un altro intellettuale a regalare a Renzi un paio di forbici per tagliare le corde che tengono imprigionato Gulliver: lo sceneggiatore Umberto Contarello, un ex ragazzo della Fgci di D’Alema. Con toni e stili diversi lo stesso aveva fatto l’amministratore delegato di Luxottica Andrea Guerra, uno dei volti da copertina della tre-giorni renziana. Volti di un’Italia psicologicamente fuori dalla crisi, né vuotamente ottimisti e neppure succubi della propaganda governativa, tipo «la ripresa è arrivata, siamo fuori dal tunnel» ecc.

Chi farà tutte queste cose? Il governo Letta? Mai nominato. Il Pd formato Renzi? È un’incognita. Le elezioni anticipate si allontanano dal radar, almeno per ora. Non si possono fare perché non le vuole Napolitano e non le vuole l’Europa. Ma il sindaco non smette di pensarci, in realtà. La sua apertura di credito verso questo Parlamento è tutta renziana, «è tra i Parlamenti tra i più giovani d’Europa», sono i parlamentari ragazzini, spiega Renzi, ad avere tutto l’interesse a passare alla storia come quelli che hanno fatto le riforme. Non la commissione dei saggi, e neppure il governo, ma «la commissione dei bischeri», che a Firenze non è una parolaccia, anche se i bischeri persero tutto. Come in bilico tra trionfo e sconfitta resta Renzi. «Se pensate che uno da solo possa cambiare tutto vi sbagliate», conclude il candidato segretario ed è l’ultima ammissione, quasi intimista. «Ma non ho paura della leadership, troppi a sinistra la temono, la leadership non è una parolaccia». Come ha scritto il politologo Mauro Calise nel suo ultimo libro (Fuorigioco, Laterza), da troppo tempo la squadra del centrosinistra tarda a passare la palla alla sua punta d’attacco, finendo per metterla in fuorigioco. Ecco uno che occupa tutte le zone del campo e che la palla va a cercarsela da solo. Con il rischio, solito, di finire affondato in un terreno di gioco impraticabile e infido. Nelle prossime settimane Renzi dovrà guardarsi da serpenti e coccodrilli che affollano il Pd. La Palude che un anno fa era esterna al partito ora Renzi ce l’ha in casa. Per questo non smetterà di guardare altrove, verso un elettorato più largo, che non si riconosce in nessun partito o è stato deluso da tutti. La Leopolda è la metafora che tutti contiene, il suo partito senza bandiere e senza simboli. E la verifica degli impegni presi ieri nella ex stazione sarà fatta l’anno prossimo ancora qui, ancora una volta in una nuova edizione della Leopolda. Fuori dalle sedi ufficiali del partito, lontano dal Pd. Oltre le larghe intese, l’anno da far passare, oltre questo quadro politico, oltre il Pd, come da tempo è il candidato segretario. Forse, perfino, almeno come l’abbiamo conosciuto in questi anni, oltre Matteo Renzi.

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