Il Pd in dieci mosse: una rete per cambiare l’Italia di Enrico Morando*

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L’organizzazione a livello nazionale si incentrerà su due strutture essenziali: il Centro di ascolto e dialogo, connesso con i milioni di elettori del congresso-primarie; e, l’Ufficio del programma.

Il partito è un mezzo, non un fine. Il fine è cambiare l’Italia, secondo i principi di libertà, eguaglianza e solidarietà.

1 – Il Pd è lo strumento, che va cambiato dalle fondamenta per renderlo coerente con questo scopo.

2 – Il Pd deve essere un partito a vocazione maggioritaria, protagonista principe della competizione per il governo in un sistema bipolare.

La maggioranza necessaria per governare non si conquista con le alleanze politiche –magari definite dopo il voto – ma convincendo la maggioranza degli elettori.

3 – Per questo, il segretario del Pd è candidato alla guida del governo e viene scelto con  elezioni primarie aperte a tutti gli elettori che vogliano parteciparvi.

Il superamento di questa identificazione – che si è tentato di imporre prima che il congresso cominciasse,abrogando l’ articolo 3 dello statuto – muterebbe la natura e la funzione politica del Pd. E dovrebbe obbligatoriamente tradursi nella decisione di riservare l’elezione del segretario ai soli iscritti.

4 – Il Pd concepisce il suo elettorato non come un “blocco sociale”, definito una volta per tutte dal moderno conflitto capitale-lavoro, ma come un insieme di flussi, fatti convergere verso il Pd dal suo progetto politico, coerente insieme di visione, leadership e programma. Non ci sono “i nostri” e “i loro”: ci sono cittadini da convincere che “noi”, per guidare l’Italia verso una nuova stagione di sviluppo qualitativo e quantitativo, siamo migliori di “loro”.

5 – È la coerenza del progetto politico il fattore principale della credibilità del Pd, poiché rende prevedibili le sue scelte fondamentali.

I comportamenti non possono discostarsi dai pilastri portanti del progetto. Dire chiaro quello che si vuole fare. Fare quello che si è detto. Rispondere di ciò che si è fatto.

6 – Nel Pd le massime cariche di direzione sono effettivamente contendibili, in rapporto ai risultati ottenuti. Se la sua leadership non guida il partito al successo in elezioni nelle quali l’avversario perde più della metà dei suoi voti, si fa immediatamente da parte e accelera il ricambio. Non cerca di ritardare il più possibile il congresso previsto dallo statuto.

In un partito così, non può neppure sorgere – perché contraddittoria con la sua stessa natura – l’idea di vietare per regolamento l’esplicito collegamento di un candidato segretario di circolo o provinciale al confronto tra candidati segretari nazionali e relative mozioni.

7 – La struttura organizzativa del Pd non è “leggera”, perché è incentrata sul rapporto del partito-organizzazione (iscritti, circoli, organismi dirigenti) con i milioni di elettori che partecipano alla elezione del segretario e dell’assemblea nazionale. E non è “pesante”, perché riduce drasticamente gli apparati burocratici (e i relativi costi); e usa le tecnologie della comunicazione per coinvolgere sistematicamente nella elaborazione e nella decisione sulle politiche tutti coloro che manifestino interesse a parteciparvi.

Per questo, l’organizzazione del Pd a livello nazionale si incentrerà su due strutture essenziali: il Centro di ascolto e dialogo, connesso – anche attraverso la rete dei circoli territoriali – con i milioni di elettori del congresso-primarie; e, l’Ufficio del programma, che utilizza le migliori competenze di cui il partito dispone per studiare la realtà e avanzare proposte, da affidare sia al centro di ascolto per la discussione, sia ai gruppi parlamentari.

8 – Il Pd assomiglia più ad una rete che ad una piramide. È un partito nel quale l’espressione «far crescere il congresso dal basso» è un non senso, semplicemente perché è un partito meno verticale e più orizzontale.

9 – Il Pd intende partecipare attivamente al processo di costruzione di una nuova organizzazione internazionale delle forze progressiste, cui aderiscano ad identico titolo sia i partiti socialdemocratici europei, sia i partiti democratici, come quello degli Usa e dell’India. Per questo, il Pd non aderisce al Pse e si impegna a portare a compimento la strada intrapresa con la costituzione del gruppo dei Socialisti e Democratici al parlamento europeo.

10 – L’identità democratica è la più forte ed inclusiva tra quelle che animano il campo del centrosinistra nel mondo. Essa è autonoma e originale rispetto alle concluse esperienze del riformismo italiano del novecento. Per questo, è tempo che i Democratici smettano di definirsi in rapporto alle loro precedenti esperienze ed identità politiche. Non sono ex.  Semplicemente, sono i Democratici.

25.10.2013

di 

*http://www.europaquotidiano.it/2013/10/25/il-pd-in-dieci-mosse-una-rete-per-cambiare-litalia/

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