Prefazione di Matteo Renzi alla nuova edizione di “L’Italia dei democratici” (Marsilio) scritto da Enrico Morando e Giorgio Tonini

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Il libro di Morando e Tonini, arricchito in questa nuova edizione da considerazioni di stringente attualità, mostra limpidamente che i democratici italiani, e l’Italia tutta, hanno bisogno di un Pd che coltivi propositi espansivi piuttosto che riflessi difensivi. Di un Pd che preferisca l’apertura all’arroccamento…

…Questa elementare verità è confermata sia dall’analisi delle elezioni sia dalla valutazione dei principali avvenimenti politici che hanno caratterizzato il periodo postelettorale. Il riformismo non è melina. Non è tecnica di aggiramento dei nodi più spinosi. E’ capacità di offrire alle forze sociali ed economiche un contesto caratterizzato da maggiore semplicità e agilità.

E’ sfida a tutto campo. E’ lotta serrata e a viso aperto contro l’autodifesa dei corporativismi e contro tutti i conservatorismi, i parassitismi e le inefficienze che rendono una chimera la ripresa della crescita in Italia. Essere ipersensibili agli interessi organizzati e disattenti agli interessi disorganizzati è una strategia perdente e senza respiro.

Il sindacato che non c’è – quello di chi non ha lavoro, quello dei giovani e meno giovani sottopagati, precari e privi di adeguate competenze e tutele – è il sindacato a cui più dovremmo dare ascolto. Il Pd deve affermarsi come partito che rifiuta il catenaccio e gioca all’attacco, socialmente ed elettoralmente.

Troppo spesso, al contrario, il Pd è apparso come una forza politica ripiegata su se stessa, afflitta da complessi di presunzione e di autosufficienza che l’hanno resa asfittica e, quel che più conta, non interessante agli occhi della grande maggioranza dei cittadini elettori e delle cittadine elettrici.

Coloro che ci hanno sempre voltato le spalle, e anche quelli che, stufi del nostro resistere ai cambiamenti, hanno cominciato a snobbarci, non ci daranno fiducia se la nostra unica preoccupazione sarà quella di persuaderli, magari con sussiego, che a essere sbagliati non erano i nostri intendimenti, ma i loro desideri e le loro ambizioni.

Queste persone, e stiamo parlando di svariati milioni di donne e di uomini, crederanno in noi se le convinceremo che è nel perimetro delle nostre idee di governo e di rinnovamento che, più che in ogni altro luogo, i loro desideri e le loro ambizioni troveranno concretizzazione ed equo appagamento. In più di una circostanza abbiamo dato l’impressione di credere che il problema di mettersi in piena sintonia con l’opinione pubblica fosse per noi un problema secondario. E’ stato un grande errore.

La voglia di cambiare in meglio i comportamenti dei cittadini deve appartenerci tanto quanto la disponibilità a cambiare noi in ragione delle loro priorità reali. La bella politica, quella che sa entusiasmare e mandare avanti le lancette del progresso, è anche questo. Senza un atteggiamento di tale natura, noi rischiamo che restino sterili la nostra passione civile e il nostro coraggio.

Se sceglie di essere partito dell’usato sicuro che insegue le novità prodotte o cavalcate dagli altri, il Pd non può sperare in un futuro di successo. Quel che ci occorre è un partito sufficientemente innovativo da costringere gli altri all’inseguimento. La casa dell’unità dei riformismi italiani – quale il Pd è e non può smettere di essere – deve avere le sembianze di un edificio accogliente, con porte e finestre a schiudimento facile.

Ci siamo sfiancati nella rincorsa del pallone, quando invece il pallone avremmo dovuto sempre tenerlo tra i piedi noi. I terreni che abbiamo tradizionalmente occupato e arato sono un campo d’azione troppo angusto. Conserva intatta la propria validità, per l’oggi e per le più importanti scadenze politiche di domani e di dopodomani, il messaggio di forte innovazione che lanciammo in occasione delle ultime primarie del centrosinistra.

Come non vedere che eravamo nel giusto quando parlavamo della prepotente necessità di mettere in campo una proposta politica di radicale trasformazione, capace di portarci alla conquista di chi non ci aveva mai votato e alla riconquista di chi aveva smesso di votarci.

A questo obiettivo è necessario rifarsi ancora oggi. Il Pd sarà partito della nazione nella misura in cui saprà essere partito-apripista della modernizzazione della nazione. In Italia c’è poco da conservare e molto da cambiare. Non è sufficiente che il nostro progetto sia in linea con i valori tipici del nostro Dna. Oltre a ciò, bisogna che il nostro progetto sia un progetto che funzioni, praticabile e affidabile. Un progetto adeguato ai vincoli, alle opportunità e ai sogni del tempo in cui stiamo vivendo.

Solo così renderemo credibile la nostra ambizione di combinare in forme concrete e non anacronistiche la crescita con la giustizia sociale e l’eliminazione della disuguaglianza dei punti di partenza con la valorizzazione del merito e del talento. Istituzioni più snelle ed efficienti; uno stato meno pesante e lentocratico; una politica meno costosa e decisamente meno invadente; politiche per il credito e per il lavoro dinamiche e a sicuro impatto; il suscitamento appassionante di un’onda lunga di speranza responsabile e costruttiva.

Queste sono le finalità che il Pd, a partire dal suo prossimo congresso, deve porre al centro della propria azione sociale e politica. Dobbiamo arginare la retorica del piagnisteo e dell’autocommiserazione, perché nessun giorno è sbagliato per provare a cambiare. Cambiare il Pd non è un fine, è un mezzo: è per cambiare l’Italia che vogliamo cambiare il Pd. E nessun cambiamento è possibile se non si assicura al Pd una guida solida, autorevole, attrattiva, selezionata con una larga partecipazione popolare e riconosciuta dagli italiani.

Alla base di certe filippiche contro «l’uomo solo al comando» c’è una lettura datata e di retroguardia della società contemporanea e del modo in cui i cittadini si rapportano alla politica. Noi abbiamo bisogno di un partito che agisca come una squadra e che a un certo punto, all’occorrenza, mandi avanti il proprio leader a tagliare per primo il traguardo. A questo proposito non dobbiamo avere né tabù né tentennamenti. 

di Matteo Renzi

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