Matteo nel grigio – da “Finemondo” Di Marco Damilano*

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Entra alle quattro e mezzo in una platea grigia, grigio il fondale, grigi i capelli dignitosissimi di gran parte dei presenti, grigio, anzi plumbeo, il cielo fuori, sul mare, a Bari…

…Non è facile l’esordio da candidato alla segreteria del Pd per Matteo Renzi, nel grigio dipinto di grigio della stagione della stagione delle larghe intese, lontano molto più di tredici mesi dalla mattinata di Verona in cui si candidò alla premiership contro Pier Luigi Bersani.

Era il 13 settembre 2012, la partita era lineare, i rottamatori contro gli elefanti, ora si è fatta tortuosa. I nemici erano dichiarati, il Cavaliere sullo sfondo e la vecchia classe dirigente del centrosinistra simboleggiata da D’Alema nel mirino, oggi sono una polvere sottile, invisibile, impalpabile, che si infila negli ingranaggi e blocca tutto. Una tempesta di sabbia che copre l’orizzonte e colora tutto di grigio.

Per questo la platea resta della fiera del Levante resta fredda, rari gli applausi, quasi intimista è oggi Matteo Renzi, «nella mia vita non c’è solo la politica», non più in camicia da neo-sposo felice al ricevimento di nozze ma in completo blu, con una speranza, «l’Italia non è un paese finito, è infinito», e con la rivelazione di una paura inaspettata per lui che resta il più giovane leader della politica italiana: «Vorrei cominciare riflettendo con voi sul tempo che scorre inesorabile…».

Il tempo scorre inesorabile. È passato un anno, erano tutti contro di lui a dire che era un nemico del popolo, un infiltrato berlusconiano, nel palazzo della Gran Guardia di Verona c’erano solo volti sconosciuti. Ed eccoli invece tutti con lui, i parlamentari che fanno la fila per firmare la sua candidatura, i neo-renziani della Fiera del Levante, bionde leopardate e ceto politico in cerca di ricollocazione.

C’è il locale ex dalemiano Nicola Latorre che nel 2012 sulle primarie rideva: «Mi avete convinto, voterò anch’io Renzi, ma lunedì, il giorno dopo», e infatti oggi che è il giorno dopo se la gode in prima fila, c’è l’emiliano Stefano Bonaccini, un anno fa paragonava Bersani a Hollande e blindava la Ditta nella regione rossa per eccellenza contro la tentazione Renzi, oggi che Bersani non esiste più e anche Hollande non sta tanto bene è il capo della sua campagna elettorale, c’è il presidente ligure Claudio Burlando, «l’ultima volta che mi sono affacciato a un’iniziativa nazionale è stato nel 2007, per il Lingotto di Veltroni», e si è visto com’è andata, e Marco Ferrandelli, l’ex candidato sindaco di Palermo schiantato da Orlando, c’è perfino Elio Belcastro, che fu sottosegretario con Berlusconi, uno dei campioni della stagione dei responsabili… E dalla rottamazione di ieri ai responsabili di oggi il passo è davvero lungo.

Renzi si muove sulla pedana circolare come un ballerino su un terreno minato. I manifesti con le parole d’ordine rovesciate della campagna di comunicazione – cambiare, coraggio, strada, futuro, vincere – penzolano alle pareti dell’hangar tutto buio come vele sfiatate, senza vento.

E quello di oggi è il discorso meno renziano dell’ultimo anno, se per renzismo si intende la caricatura che spesso sembrano involontariamente volerne fare i suoi tifosi più acritici, i renzini. E dunque zero battute, niente attacchi ad effetto, citazioni ridotte all’osso, da Peguy a don Tonino Bello, sprazzi di dubbio laddove, in genere, sembravano campeggiare le certezze.

«Da piccolo avevo difficoltà ad accettare il tempo, poi ho capito che non si può rinviare. Perché», dice citando Dietrich Bonhoeffer di “Resistenza e resa”, «essendo il tempo il bene più prezioso perché non recuperabile guardandoci indietro ci rende inquieti l’idea del tempo che abbiamo perduto».

Un anno fa, a questo punto, Renzi avrebbe detto: colpa dei politici e di chi non si fa da parte. Il Renzi di oggi prende fiato, ha dichiarato «basta con gli alibi» e a questo punto anche il tiro al bersaglio contro i politici lo è diventato, lo dice quasi a bassa voce: «Siamo stati troppo gentili a parlare di rottamazione della classe politica. C’è un intero establishment che ha fallito: Alitalia, Telecom… L’Italia ha perso tempo».

Prende corpo il nuovo nemico. Il potere dell’Establishment Renzi lo ha sentito sulla sua pelle nei mesi scorsi. Quando c’era da scaraventarlo contro il quartier generale del Pd imprenditori e gruppi editoriali lo coccolavano, lo vezzeggiavano, lo indicavano come l’unico motore di rinnovamento di una situazione bloccata.

Quando c’è stato da indicare una via d’uscita dal garbuglio istituzionale seguito al voto di febbraio, però, gli hanno preferito un altro giovane puledro, decisamente più rassicurante e affidabile: Enrico Letta. «I commentatori che da venti anni ci danno la lezione sui giornali fanno bene ad avere paura di noi», attacca il sindaco che si avventura su terreni finora inesplorati.

I parametri di Maastricht, il tre per cento che stritola l’economia, «sono un sinonimo di rigore, ma risalgono a venti anni fa, un’altra Europa, un altro mondo». La legge elettorale, «parlerò in politichese», la parte più efficace del discorso: «C’è qualche giochino, l’idea che ci possa essere una sorta di grande accordo che dura sempre… Se vinco io il mio Pd sarà la sentinella del bipolarismo.

E chiederemo subito di togliere la legge elettorale al Senato e trasferirla alla Camera per votare un testo con Vendola e con Monti». E per Letta e per il suo alleato Alfano non è una buona notizia. I vertici istituzionali: «quanto è brutto che alla Corte costituzionale si siano messi d’accordo per eleggere un presidente ogni tre mesi!».

Lo statalisimo della sinistra. E infine l’affondo più inatteso perché sfiora un intoccabile, l’Intoccabile che tutto muove o tutto rallenta dal Colle più alto, Giorgio Napolitano. «Ho grande rispetto per il presidente della Repubblica che ha il diritto e il dovere di mandare messaggi alle Camere, ma parlare di amnistia e di indulto è un clamoroso errore, un autogol».

È da anni che un importante esponente del Pd non ostenta in pubblico il suo dissenso dalle scelte e dalle pressioni del Quirinale. E la platea che resta fredda forse intuisce in questo lampo accecante nel grigiore della giornata la tempesta che potrebbe arrivare nei prossimi mesi se Renzi fosse eletto segretario. Ecco un inquilino di largo del Nazareno che non obbedisce pedissequamente a Re Giorgio.

«Un anno fa ero l’infiltrato, quello da abbattere, oggi mi trattano da eroe. Ma io non ero un appestato ieri e non sono il salvatore della Patria oggi», conclude l’ex Bimbaccio di Firenze, quasi stremato. Il tempo, si torna lì, il tempo vuoto, il tempo da riempire.

I prossimi due mesi che saranno i più difficili: la campagna trionfale può trasformarsi in un Vietnam, le sabbie mobili del Pd hanno già inghiottito tre o quattro leader. E la sfida ora esce dalle pareti del Nazareno e senza dichiararlo si alza di livello: Renzi l’anti-establishment contro Letta, il più amato in questo momento da vescovi, confindustriali, vertici istituzionali.

La moderazione lettiana contro il cambiare verso renziano. «La stabilità è un valore assoluto» (Letta) contro «serve una rivoluzione radicale» (Renzi). Stabilità contro rivoluzione, con il rischio che rivoluzione risuoni parola vuota, a vantaggio dei conservatori di ogni stagione. O che diventi la metamorfosi dei soliti gattopardi, oggi presenti in massa nella sala.

Un pericolo letale per Renzi che chiude con la frase di Holderlin, forse ripresa dall’intervista di papa Francesco a “Civiltà cattolica”, «l’adulto mantenga ciò che il fanciullo ha promesso». Mica facile, il fanciullo Matteo è diventato adulto da un bel pezzo, ora può soltanto deludere. Ah già, ci sarebbe un’altra possibilità: vincere. Ma questa volta per davvero.

12.10.2013

*http://damilano.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/10/12/matteo-nel-grigio/

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