Prima della “rivoluzione”. Renzi: «A Enrico do volentieri una mano» (da Europa – 18.10.2013)

Il sindaco di Firenze, in un’intervista al Corriere della Sera spiega «ciò che serve all’Italia in futuro». «Non attacco il governo» ma dice «basta» alla «politica dirigista. Per salvare un’azienda non si metta mano ai soldi delle vecchiette»

Prima della "rivoluzione".  Renzi: «A Enrico do volentieri una mano»
«Voglio una rivoluzione capillare. Bisogna che tutti cambino, anche l’establishment finanziario». Lo dice in una intervista al Corriere della Sera, Matteo Renzi, sindaco di Firenze che annuncia l’intenzione di volersi ricandidare alla carica di primo cittadino: «il doppio incarico non è un problema. Epifani ne ha tre», ha spiegato.

No comment sulla legge di stabilità («Il Pd ha un segretario, si chiama Epifani, è giusto che commenti lui»), ma sul governo il sindaco ha le idee chiare. Attaccare Letta? «La cronaca di questi sei mesi ha smentito chi mi accusava di cospirare. Continuo a non dare alcun alibi a chi mi accusa di voler criticare il governo per anticiparne la fine. Io non attacco il governo. Parlo di quello che serve all’Italia nei prossimi anni. Convinto che l’Italia possa avere un futuro straordinario». Insomma, «a Enrico do volentieri una mano».

Renzi torna sulla necessità di «una rivoluzione capillare che non passa dalle legge di stabilità ma dalla riconsiderazione del sistema italiano. Lo sostengo da tempo. Ho un unico rammarico: non aver spiegato a sufficienza che la rottamazione non è solo il sacrosanto ricambio generazionale. Quello di cui l’Italia ha bisogno non è cambiare tutto ma cambiare tutti. Ognuno nella sua testa dovrebbe cambiare un pezzettino». A cominciare, ha spiegato, dall’establishment economico e finanziario «che ha colpe forse non più gravi di quelle dei politici ma ha fatto perdere tempo e occasioni all’Italia».

«L’Europa deve cambiare– ha detto –non per l’Italia, per se stessa. Ma prima di chiedere all’Europa di cambiare, dobbiamo fare in casa le riforme che rinviamo da troppo tempo. La formula per risolvere la crisi italiana non è un algoritmo complicato; è la semplicità. Semplificare la burocrazia, il fisco, la giustizia, le norme sul lavoro. Perché non possiamo avere le stesse norme sul lavoro della Germania?».

La politica economica del primo cittadino di Firenze è precisa: «Tutto quello che viene dalla dismissione del patrimonio pubblico va a ridurre il debito. Tutto ciò che viene dal recupero dell’evasione fiscale va a ridurre la pressione fiscale. Lo Stato non può intervenire con la logica degli ultimi anni. Non possiamo continuare con un modello dirigista con lo Stato che decide e la Cassa depositi e prestiti che fa da tappabuchi. Per salvare un’azienda non si metta mano ai soldi delle vecchiette».

E la candidatura a guidare il Pd ha lo scopo preciso di «cambiarlo». «Non per fare il grillo parlante di quello che fa oggi il governo ma per costruire un partito nuovo che non conclude affari con i capitani coraggiosi, che sta in mezzo alla gente». E riferendosi al giudizio di D’Alema, sul fatto di logorare Letta per non logorarsi, Renzi sottolinea: «È un giudizio sbagliato. D’Alema è una persona intelligente ma questa sua qualità non lo mette al riparo da errori di giudizio. Nel caso di D’Alema non è il primo, purtroppo per lui. Io ho 38 anni: posso aspettare. Il punto è che l’Italia non può aspettare. Compito di tutti noi che abbiamo responsabilità è dare una mano perché le cose si facciano. A Enrico do volentieri una mano».

E spiegando la sua proposta di legge elettorale«che garantisca l’alternanza, il bipolarismo, e un risultato chiaro. Chi vince le elezioni non potrà mai avere il diritto di dire “non mi hanno fatto lavorare”», punta il dito su Anna Finocchiaro: «Il Pd è vincolato dalle primarie. Decidono gli elettori che vanno al gazebo, non una senatrice che ha l’unico titolo di essere lì da trent’anni».

Infine, la questione dell’amnistia e dell’indulto e il rapporto con il Quirinale: «Io ho un rispetto profondo per il presidente della Repubblica. Per la figura istituzionale, e per la persona. Ma trovo irrispettoso proprio nei confronti di Napolitano trasformare un messaggio di 12 cartelle in un diktat, per cui bisogna far così e basta. Alcuni commentatori non lo sanno, ma il presidente della Repubblica è il primo a essere consapevole che la funzione del suo messaggio era stimolare il dibattito. Io ho fatto la mia parte. Il falso unanimismo su questi temi è frutto di superficialità. Si cambino le leggi che riempiono le carceri, la Giovanardi e la Bossi-Fini. E si prenda atto dell’esperienza del 2006: a sette anni da un indulto non se ne può fare un altro. È diseducativo. Significa che lo Stato rinuncia a fare lo Stato. Non ho la pretesa di avere la verità in tasca. Ma se c’è una cosa da dire, la dico in faccia, chiara. Io non sono cambiato».

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