Renzi: in Italia persi 20 anni «E l’amnistia è un autogol» (da l’Unità – 12.10.2013)

Di Vladimiro Frulletti

Sono i Rem in versione figli dei fiori (quelli di Shiny happy people) ad accompagnarlo sul palco circolare della Fiera del Levante, dopo la microscopica introduzione del padrone di casa, il sindaco Emiliano. Ma il Renzi che inizia ufficialmente la scalata al Pd non si presenta in versione «peace and love». Davanti a più di 2mila persone, tra cui i suoi parlamentari della prima ora (da Nardella a Lotti, dalla Bonafè alla Di Giorgi, da Biffoni e Bonifazi), ma anche il presidente della Liguria Burlando e il senatore già dalemiano Latorre (mentre a distanza incassa anche il sostegno dell’ex segretario Cisl Sergio D’Antoni) il sindaco pesta duro su diversi obbiettivi, dalla legge elettorale all’amnistia. E su vari protagonisti, compreso il Colle più alto. E intanto promette una «rivoluzione radicale» prima nel Pd e poi in Italia per rottamare «l’intero establishment che ha fallito» producendo vent’anni di immobilismo.

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Sull’utilità tattica di un attacco al Capo dello Stato il sindaco ha riflettuto molto. Anche lungo il viaggio da Firenze sul charter in compagnia della moglie Agnese e di un centinaio di sostenitori. «Epifani dice cose giuste sull’amnistia – ragionava prima di atterrare a Bari – ma non basta. Serve più chiarezza. La gente non capisce». Il che fa assumere alle sue parole contro indulto e amnistia, «clamoroso errore, gigantesco autogol», un peso particolare. Certo dice che Napolitano ha il diritto-dovere di inviare il proprio messaggio al Parlamento. Ma è la politica che non può permettersi di mandare messaggi sbagliati sul rispetto della legalità. Non può «ogni 6 anni svuotare le carceri» perché le celle sono piene. Prima dovrebbe riformare casomai la custodia cautelare e «buttare fuori» le leggi sbagliate come la Fini-Giovanardi sulle droghe e la Bossi-Fini sugli immigrati. «Perché un uomo che rischia la vita non si fermerà mai davanti ai nostri confini perché tre camice verdi hanno voluto il reato di clandestinità». In serata arriva la replica di Enrico Letta: «Non sono d’accordo, perché il messaggio di Napolitano chiarisce che non ci sono ambiguità, e chi ha voluto leggerle ha sbagliato e ha avuto anche scarsa fiducia nel migliore presidente della Repubblica che potremmo avere».

E durissimo Renzi lo è anche sulla legge elettorale. In sala c’è il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti in sciopero della fame contro il Porcellum. Il sindaco lo invita a mangiare perché se aspetterà «quelli là» rischia davvero. Di suo però promette che entro novembre presenterà una legge chiara che garantisca bipolarismo e alternanza: la sera si sa chi vince e chi vince governa per 5 anni. Basta quindi intese obbligate più o meno larghe fra centrosinistra e destra. Ma in più promette che il suo Pd toglierà questa palla al Senato. Perché Renzi teme che si stiano preparando «giochetti» (e inciuci) per non cancellare il Porcellum, ma per fargli solo un piccolo restyling. La riforma deve tornare alla Camera e lì, spiega, il Pd deve fare un accordo con Sel e Scelta Civica. Perché con loro c’è la maggioranza per cambiarla. E anche qui Renzi è perfettamente consapevole che un accordo del genere non sarebbe gradito da chi come il Pdl (sia tutto intero che il pezzo che sta con Alfano) è in questo momento la seconda gamba su cui si regge il governo. Come del resto appare complicato convincere il Pdl a cancellare sia la Bossi-Fini che la Fini-Giovanardi.

Insomma Renzi non attacca mai direttamente chi, sulla carta, dovrebbe essere (almeno nel futuro più o meno prossimo) il suo vero concorrente. Nessuna battuta su presunti attaccamenti a poltrone o su spinte tardo-andreottiane del tirare a campare. Il nome di Letta non lo usa mai. Sul governo ripete la solita formula: non conta quanto dura, conta quante cose buone riesce a fare. Del resto Renzi è oramai convinto che Letta arriverà almeno al 2015. Questo ad esempio lo sta spingendo a ricandidarsi a sindaco di Firenze per continuare ad avere un ruolo operativo fra la gente in carne e ossa e non finire, come racconta ai suoi, nei pastoni dei Tg. Però fa già capire che ruolo avrà il suo Pd rispetto alle larghe intese: nessun ostacolo, ma certamente un continuo stimolo. E così se Letta avrà il suo appoggio per la presidenza italiana del semestre europeo, Renzi gli chiede di fare davvero diventare l’Italia protagonista aprendo una battaglia per abbattere il tetto del 3% nel rapporto debito-pil che già per Prodi era un limite «stupido». Obiettivo su cui si potrebbe lavorare di sponda con la Merkel, spiega Renzi memore del suo incontro con la Cancelliera.

Ma per cambiare l’Europa, avverte, c’è prima da cambiare l’Italia e quindi il Pd che è l’unico strumento oggi in grado di riuscirci. C’è, dice Renzi da abbattere vent’anni di immobilismo, figli di una classe dirigente prigioniera di paura e alibi. Tanto da pentirsi («siamo stati troppo gentili») che sotto i colpi della sua primordiale voglia rottamatrice siano finiti solo i vecchi politici. E così, promette che questa volta toccherà anche agli immobilisti che stanno fra i grandi industriali, i grandi banchieri, i padroni dei giornali. Il primo passaggio rivoluzionario però riguarderà il Pd. Dice di sapere che molti lo vedono come il male minore. «Ero un appestato, dopo che abbiamo perso le elezioni sono diventato l’ultima speranza di vincere. Dopo di me c’è rimasto solo il Mago Otelma». Lui dice che ha voglia di ridare un ruolo a una politica che torni a chiamare per nome le persone. Proprio come fanno quei maghi del marketing della Nutella e della Coca Cola. Proprio come fa Papa Francesco.Ma è anche consapevole che c’è molto trasformismo nel suo crescente sostegno («sul mio carro non si sale, il carro va spinto» li avverte) e anche un sottile timore. Quello di fare il vincitore annunciato prima delle urne e non dopo. Almeno nei circoli. I suoi ad esempio temono un risultato «non brillante» fra gli iscritti e ricordano come Bersani che pure aveva con se’ gran parte dei dirigenti locali (che Renzi per ora non ha) arrivò solo al 55%. «Non credete a chi dice che abbiamo già vinto, lo dicono perché non vi vogliono protagonisti» è l’avvertimento non casuale che Renzi lancia prima di scendere dal palco.

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