Viaggio nel romanzo congressuale del Pd (da Europa – 10.10.2013)

MARIO LAVIA

Il vincitore annunciato deve costruire la sua leadership sin da subito. La partenza al ralenti di Cuperlo, l’incognita-Civati, l’outsider Pittella. Una gara senza sangue

Viaggio nel romanzocongressuale del Pd

Fatte le debite differenze l’analogia è con le primarie del 2007, quelle della fondazione del Pd, con la stra-annunciata vittoria di Walter Veltroni. Anche queste primarie hanno un vincitore sicuro.

E tuttavia Matteo Renzi deve costruire bene la sua affermazione – ché qualche problema nella vita c’è sempre – e innanzi tutto valutare correttamente quanto nel Pd è già avvenuto, e quanto sta avvenendo. Per non parlare degli altre tre – Civati, Cuperlo e Pittella, in rigoroso ordine alfabetico – che si presentano ai nastri di partenza (la “corsa” inizia ufficialmente sabato) ciascuno con fardelli e potenzialità tutti da esplorare.

Una corsa – va detto subito – che alla vigilia si presenta meno nevrotica del previsto, meno cattiva delle altre volte. Per intenderci, i tempi in cui intellettuali vicini a Bersani definivano Renzi «un fascistoide» appaiono molto lontani. Non che siano del tutto cadute tensioni, rivalità e persino odii, non solo fra i Quattro ma anche all’interno delle rispettive tifoserie (chiedere a dalemiani e bersaniani), e tuttavia si confida che la gara non lascerà sul terreno morti e feriti. Né che sarà impossibile – a corsa ultimata – lavorare insieme: della scissione non pare stagliarsi l’ombra. E anche questo è un piccolo miracolo del sindaco di Firenze.

Il quale contro ogni previsione di tutti i “diessologi” ha già conquistato una grossa fetta di dirigenti e militanti del Pd malgrado l’insistita campagna che lo ha dipinto come l’alter ego di Berlusconi, estraneo al patrimoonio di idee e valori della sinistra, alfiere di una nuova destra insinuatasi “dalla nostra parte”.

La trasformazione di Renzi da agente del nemico in potenziale capo si è avuta ad agosto. Nelle Feste dell’Unità. Nell’Emilia rossa, in particolare. Cioè sul campo teoricamente meno praticabile. Invece di spellarsi le mani per Bersani – ultimo fiore rosso di quel giardino – la gente si assiepava, certo più per curiosità che per preconcetta adesione, per ascoltare Renzi, rimanendone convinta. «Io a Bersani gli voglio molto bene, ma quello là ha una marcia in più»: le parole del vecchio militante Pci-Pds-Ds-Pd immortalato da Ballarò spiegano tutto. E più il “quello là” (l’alieno, in fondo) che il resto.

Un’operazione vincente. Un’incarnazione della leadership – secondo il sociologo Richard Sennett – intesa come «forma di seduzione». Ma poi Renzi si è spinto un passo più in là. È andato a prendersi i dirigenti del partito emiliano (e toscano). Anche e soprattutto i “moderatamente bersaniani”. Quelli che il problema dell’amalgama e delle vecchie appartenenze non se lo pongono da tempo e che inconsapevolmente declinano il culto della “ditta” in modo non ideologico, col pragmatismo che contraddistingue quelle terre, “Renzi ci fa vincere”. E il fatto che il segretario regionale dell’Emilia Stefano Bonaccini sia oggi il capo della campagna è l’emblema dell’operazione compiuta dall’ex rottamatore, anche pagando il prezzo di scontentare renziani doc.

Tutto chiaro, tutto fatto, allora? Sì e no. E vediamo perché.

Non può esserci dubbio sulla utilità di aver conquistato ancor prima dell’inizio ufficiale della partita regioni come l’Emilia e la Toscana. Averle dalla propria parte è come avere in garage una Ferrari e una Maserati. Ma Renzi deve stare attento a non accettare l’“appennizzazione” della sua leadership: politicamente, contano di più Milano, il nord-est, per non dire Roma, dove a causa della annosa libanizzazione di un partito ancora diviso fra ex pci e ex dc rischia di non prevalere. O le regioni meridionali, dove ancora forte è la presa dei dalemiani.

Non bastano insomma i sindaci, i Marino, i Pisapia, gli Emiliano (proprio in quest’ordine): i gruppi dirigenti sono un’altra cosa, non rispondono certo ai primi cittadini. La “dorsale” renziana dei sindaci va benissimo, intendiamoci: ma non si illuda Renzi di bypassare così il problema del consenso della base del partito.

Uno dei misteri di queste primarie riguarda la tattica di D’Alema. Che, come è noto, punta su Gianni Cuperlo. Teorizzando, i due, la separazione fra leadership del partito e possibile premiership. Uno schema che poteva funzionare, alle orecchie di parte della “base”, solo che si è esagerato: autoescludersi in via di principio dalla gara per palazzo Chigi equivale a sminuire la propria figura a mero “organizzatore” del partito, quando ormai da anni gli stessi militanti del Pd, per non dire gli elettori, vivono le primarie di partito come una specie di “anticipo” di quelle per la premiership. Per questo ai gazebo vanno a votare in milioni. Ed è anche per questo che reclamare il partito per sé affidando il governo a Renzi, secondo un’antica logica diarchica, pare stantìo se non pericoloso (chiedere a Prodi).

Cuperlo, secondo i primi sondaggi ma soprattutto le testimonianze le più diverse, è considerato addirittura terzo dietro Pippo Civati. Molto basso, secondo i più noti sondaggisti. Renato Mannheimer ha spiegato a chi scrive che almeno per ora l’ex leader della Fgci sconta il fatto di non essere conosciuto dai militanti.

In effetti Cuperlo, apprezzato dagli addetti ai lavori per lo stile e la cultura, non riesce sinora a “bucare” (anche se è certamente destinato a crescere): sembra persino rassegnato a condurre una battaglia di mera testimonianza. Non sembra voler dare battaglia. Non è nemmeno pallidamente l’anti-Renzi, altrimenti tutti coloro che detestano cordialmente il sindaco di Firenze lo avrebbero endorsato: ma a parte Franco Marini, poco o nulla. Non vanta particolari appoggi dell’establishment. Carlo De Benedetti glielo ha detto de visu: «Io voterò Renzi». Facendogli capire che la corazzata di Repubblica lo seguirà (malgrado lo scetticismo del Fondatore).

A Cuperlo inoltre si è spezzata in mano l’arma propagandistica di giocare la parte del campione della sinistra contro Renzi di destra. Non funziona tanto. Anche perché – per stare sull’attualità – quello che più morde il freno sulle larghe intese è proprio Renzi, in questo secondo solo a Civati.

Infatti Civati, per dire, nemmeno il 2 ottobre ha votato la fiducia, malgrado proprio Cuperlo lo avesse chiamato per convincerlo a fare un gesto di unità a cospetto del travaglio del Pdl. Pippo non ha ceduto proprio per mantenere il profilo dell’anti-governativo come segno di una più generale alterità alla politica tradizionale, nella quale egli fa rientrare il newcomer Renzi, un po’ sulla falsariga del ruolo impersonato a suo tempo da Ignazio Marino contro Bersani e Franceschini. Reggerà, il giovane deputato monzese, una sfida lunga fino all’8 dicembre? Riuscirà a costruire una rete politica che vada oltre la Rete? Saprà mettere in campo una piattaforma propositiva e non solo di mera testimonianza-protesta?

Se le cose stanno più o meno così, restano da capire quali potrebbero essere le incognite di un copione il cui finale è già scritto (detto che la campagna renziana sarà molto “a sorpresa”, sarà “un’insieme di campagne” non ancora del tutto definite – il personaggio fa dell’imprevedibilità la sua cifra, e la corsa è lunga).

La prima incognita riguarda l’affluenza. Presto per fare previsioni. In quale contesto politico cadranno, le primarie dell’8 dicembre? Si dice che la caduta di Berlusconi inevitabilmente depotenzia l’appuntamento, danneggiando quindi Renzi, l’anti-Berlusconi in pectore. In ogni caso, come riferimento, va ricordato che nelle primarie del 2007 (Veltroni-Bindi-Letta-Adinolfi) i votanti furono 3.554.169, in quelle del 2009 (Bersani-Franceschini-Marino) 3.102.709. Insomma, ricordatevi la cifra di 3 milioni: l’asticella è questa.

Un altro interrogativo riguarda i “non allineati”, quelli che non si esprimono. Rosy Bindi, che non ha trovato nomi a lei graditi. Fabrizio Barca, sinora ecumenico nell’apprezzamento erga omnes. Nicola Zingaretti, piuttosto affaccendato con i problemi di bilancio della regione Lazio, l’eterna promessa che dovrà prima o poi trovare un modus vivendi nel nuovo Pd renziano. Guglielmo Epifani, il “garante”. E la sua ex Cgil, la cui leader Susanna Camusso ha già scelto il candidato di Bersani ma che difficilmente si schiererà come un sol’uomo come fu ai tempi delle primarie per la premiership Bersani-Renzi.

Arriveranno in tre, l’8 dicembre. Il quarto sarà “eliminato” dal voto dei circoli. Gianni Pittella appare il più debole. «Una candidatura socialista, con forte impronta europeista», l’ha definita lui stesso (toccando il nervo della collocazione europea: lui è per l’ingresso sic et simpliciternel Pse, con lui a sorpresa i renziani mentre Cuperlo è più problematico: una stranezza). I suoi voti a quanto si dice dovrebbero andare a Renzi.

E Letta? La logica vorrebbe che votasse Matteo Renzi, col quale ha stabilito un patto, seppure scritto sull’acqua. Come avviene sempre, in politica. D’Alema disse proprio a Europa: «Il premier appoggerà chi ha maggiori possibilità di vincere». Non per opportunismo ma per una valutazione realistica: volente o nolente, Mazzola&Rivera o come dice qualcun altro Messi&Iniesta, il futuro prossimo del Partito democratico ha due corni, uno si chiama Letta e l’altro Renzi. E qui conviene fermarsi, perché inizia un altro film.

@mariolavia

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