Le “5 E” di Renzi che mi hanno convinto (da Europa – 09.10.2013)

Il Pd del Lingotto, le idee e il coraggio che hanno spinto molti di noi a credere in questo progetto, stanno vivendo una nuova primavera democratica

CATERINA PES 

Lo diciamo da sempre: l’Italia merita di essere una grande democrazia occidentale, dove le regole sono certe e uguali per tutti. Ma come possiamo essere credibili se non cominciamo da noi stessi? Ho in mente, ovviamente, la triste discussione sul regolamento per il prossimo congresso, i cavilli che saltano fuori all’ultimo momento e che impediscono ai delegati di esprimersi, il gioco degli specchi e le carte bollate che hanno sbarrato a tanti nostri elettori la strada del voto alle scorse primarie.

Il berlusconismo sono le leggi ad personam ma queste non le fa solo e necessariamente Berlusconi. E allora l’idea che favorire un certo tipo di percorso perché a spuntarla non sia il candidato voluto dalla platea più ampia, ma quello più consono al mantenimento degli equilibri di sempre, questo gioco strumentale sulle regole non è forse la prova di una certa subalternità culturale? Di un culto per il potere che dovrebbe essere lontano da noi anni luce poiché non ha niente a che vedere con la trasparenza, con il coraggio di mettersi in gioco di una vera forza democratica? Tutti gli attuali candidati si dicono giustamente determinati a imporre regole certe: perché si continua, allora, con i soliti balletti?

Fu Walter Veltroni il primo a credere nell’idea di un partito a vocazione maggioritaria, aperto ai contributi esterni, allergico alle correnti. Un partito capace di far dialogare sindacati e imprese, perché il “maanchismo” aveva ed ha un senso, al di là dell’umorismo che se ne è fatto intorno. Un partito dove non esistono capibastone e non si discute militarmente sulla nomina di un responsabile organizzativo territoriale o di un inutile sottoforum. Dove non si collocano nomi in posizioni strategiche come carri armati in una partita di Risiko. Un partito che guarda in avanti perché non ha bisogno di voltarsi indietro ogni due minuti: la sua storia la conosce. Un partito, il solo in questo paese, che non mette tutta la sua anima nella guerra contro “l’elefante” o il giaguaro che sia, ma che punta a sconfiggere il suo avversario solo attraverso la politica, con le sue proposte.
Il primo segretario democratico fu sconfitto dal fuoco interno, non dimentichiamolo,un fuoco ammantato di unanimismo e poi di settarismi dorotei annegati in una minestra di regole farraginose. La sua eredità venne sacrificata in una chiusura, in un ripiegamento su noi stessi che abbiamo pagato caro e che sarebbe inaccettabile ripercorrere disastrosamente.

L’entusiasmo per il Veltroni del Lingotto, hanno osservato in molti, ricorda quello che si sta formando intorno alla figura di Matteo Renzi. Eppure proprio questa nebbia fatta di unanimità e agguati alle spalle rischia di sommergere lo spirito innovativo che potrebbe restare inghiottito, per così dire, dai consensi. Lo schierarsi prematuramente dietro al vincitore è un’altra conseguenza di regole non chiare, di una situazione informale che deprime il dibattito e il libero gioco delle idee, privilegiando le posizioni di potere. Trovo in questo senso molto appropriata la proposta di fare una lista unica a seguito dei candidati al congresso: vogliamo provare a guarire dalla malattia del correntismo, una volta per tutte, o no?

Perché solo questa è la via per archiviare la “questione Pd” e riprendere a parlare al Paese con quel linguaggio riformista che si usò per un certo periodo nel 2008 e poi, mai più.

Ma ricordiamoci che l’unica prevenzione del correntismo è la fine dei regolamenti di conti, la creazione di un ecosistema fatto di regole chiare, per l’appunto, che favorisca il pluralismo e non uccida chi perde nel confronto interno.
Ciò per cui il Pd del Lingotto è nato, le idee e il coraggio che hanno spinto molti di noi a credere in questo progetto, stanno, a mio parere, vivendo una nuova primavera, una primavera democratica. Non è il nuovo entusiasmo della base del nostro elettorato,registrato anche alle recenti feste dell’Unità, che pure c’è e deve far riflettere su quella che è un’onda capace di convertire anche i più legati alle vecchie appartenenze, non sono i punti esclamativi degli slogan (…sempre meglio che le infinite domande su cui si dibatte in noiosissimi convegni certa sinistra!). Fosse questo, non ne varrebbe la pena.

No, è che il dibattito in vista del congresso sta restituendo slancio e forza di volontà. È segno della vitalità di tutto il partito, un partito cui spetta il coraggio, la spinta in avanti, una capacità di visione, di apertura che da tempo, troppo tempo, gli fanno difetto. Ma sono cose che per dna ci competono, altrimenti non abbiamo ragione di esistere.
Che in questo congresso della primavera Pd ognuno possa scegliere liberamente con chi schierarsi, secondo regole chiare e coerenti con la nostra radice democratica e senza timore di finire in un angolo, perciò.

Quanto a me, e nel rispetto di tutte le posizioni e candidature, nelle “5 E” di Renzi ritrovo con sollievo alcune delle esperienze messe in campo in Sardegna con il movimento nato intorno a Renato Soru. La realizzazione del primo Piano Paesaggistico Regionale, che fu poi ripreso da Spagna e Croazia, il wi-fi libero in tutta l’isola, gli investimenti sulle nuove generazioni con i progetti “master and back” e “Sardegna speaks english”, cosa sono queste se non buone pratiche dell’innovazione? Come si fa a non scegliere di stare dalla parte di chi si propone in continuità con la nostra, la mia storia?

È il curriculum di ciascuno di noi, sono le idee, le affinità di contenuti a rendere il giusto merito alle scelte di oggi. E per questo, non c’è bisogno di dirlo, uno degli aspetti che sento più vicini è il programma economico nella sua virtuosa ultima versione lib-lab: lotta all’evasione fiscale con la destinazione dei proventi ad alleggerire l’Irpef di chi ha un reddito basso, rilancio della domanda attraverso il contenimento dell’inflazione e una politica di privatizzazioni di parte del patrimonio pubblico. Insieme a un patto di generazione tra pensionati d’oro e giovani al primo impiego, sono misure essenziali per far rinascere il paese. Misure che non possono più aspettare e che ci vogliono più innovativi, più determinati e leali tra noi, ciascuno nella legittima rivendicazione delle proprie idee.

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