Renzi tutt’altro che spiazzato (da ItaliaOggi – 04.10.2013)

Dalla vittoria di Letta contro Berlusconi. Il sindaco di Firenze vuol prima cambiare il partito

di Goffredo Pistelli  

Matteo Renzi ha perso, si sono affrettati in molti a commentare, già mercoledì, dopo la giostra della fiducia. Un’analisi lineare, cui lo stesso Rottamatore è sembrato dare in qualche misura un po’ di credito, nelle interviste del giorno dopo, quando ha paventato un disegno neocentrista: pur senza citare Enrico Letta e l’intesa «democristiana» con Angelino Alfano, tutti han capito.

Renzi ha pure richiamato la conseguente tentazione proporzionalista, aggiungendo di rimanere per un maggioritario che aggreghi anche i diversi, come è nella natura della sua leadership. Tuttavia il sindaco di Firenze non ha affatto perso, come qualcuno ritiene, né è stato messo nell’angolo dal successo personale di Letta al quale aspira, calembour a parte, a succedere. Quello che è cambiato da ieri, con la mancata caduta del Letta I, è il cronoprogramma renziano per arrivare a Palazzo Chigi.

Chi infatti parla di un Renzi in difficoltà, costretto a far buon viso a cattiva sorte, come la colazione col premier alla vigilia del voto documenterebbe, chi dipinge Renzi alle corde, mostra di ridurre il suo progetto di guidare il Pd, che gli resta e su cui si concentrerà di qui all’8 dicembre, a mero escamotage. Il Rottamatore, si pensa e si dice, avrebbe gradito le elezioni anticipate per le quali sarebbe stato il candidato naturale del Pd e del centrosinistra ergo la brillante tenuta di Letta e il rinvio per un po’ del voto, lo fa cornuto, per la premiership che gli sfugge, e mazziato, perché ora gli tocca pure sobbarcarsi il partito. Non solo, in quella veste, si sottolinea, gli sarà inevitabile essere fedele sostenitore «di Enrico», magari di proporne il bis quando scadrà l’anno e mezzo che il Colle aveva assegnato alle larghe intese.

Queste analisi dimenticano le dichiarazioni di Massimo D’Alema e di altri del notabilato ex-diessino ed ex-margheritino, alle idee bellicose di Silvio Berlusconi, quando ancora le colombe pidielline non avevano raddrizzato la schiena o, meglio, dispiegato le ali. Erano stati categorici i vecchi del Nazareno, sede nazionale del Pd a Roma, nel dire che, in caso di voto anticipato, il congresso non si sarebbe svolto, sarebbe stato rinviato sine die, e le uniche primarie che ci sarebbero state, avrebbero riguardato il candidato del centrosinistra a Palazzo Chigi. Quella che appariva come una notazione di buon senso, di valutazione dei tempi che la nuova crisi avrebbe imposto, era in realtà l’urlo liberatorio in cui si scioglieva l’ossessione di un pezzo di partito: che Renzi, cioè ne stesse alla larga, facendo pure il candidato premier, per carità, ma giocandosela con l’uscente Letta. Era (ed è) la rottamazione del partito il vero incubo di D’Alema e di quel che resta del Correntone, vale a dire il rassemblement anti-renziano, vuoi perché il sindaco vuol frantumare il blocco di potere rappresentato da finanziamento pubblico, struttura e dipendenti, vuoi perché si teme che la capillare diffusione sul territorio del Pd, di cui migliaia di renziani acquisirebbero il controllo, diventerebbe una straordinaria macchina di propaganda capace di dischiudere a Renzi la via di una lunga, lunghissima leadership. «Altri perdenti», ha commentato i via Twitter ieri il professor Carlo Fusaro, ordinario di Diritto parlamentare, spiegando i nuovi assetti, «tutti quelli nel Pd che avrebbero fatto carte false per evitare Renzi segretario. I ruoli si sono invertiti: e ora gli tocca». Uno scenario che già faceva correre brividi nelle schiene di molti, ogni volta che il Rottamatore, prometteva di far fuori le correnti: «Le nostre», mormoravano in diversi.

È, per l’appunto, quello che il primo cittadino vuol fare: «Rovescerò il Pd come un calzino», ha detto, non accontentandosi di farne un taxi verso il palazzo del governo, come gli hanno rinfacciato in molti, dall’outsider mancato Fabrizio Barca al suo antipatizzante di casa, il governatore toscano Enrico Rossi, e molti altri. Renzi vuol fare quello che ha promesso alla Festa democratica di Bologna e che ha ripetuto spesso nel suo tour di fine estate ai militanti democrat e cioè «prendere il partito per restituirvelo», vale a dire farne un luogo di apertura autentica alla società, laico nel senso di «sparrocchializzato» a sinistra e al centro, liberato dai gravami dell’eredità novecentesca democristiana e comunista. Insomma Renzi vuol fare finalmente il Pd che, dal 2007, anno di nascita, langue fra album di famiglia polverosi. Non appare sconvolto, il Rottamatore, dal formidabile uno due con cui Letta ha fatto fuori B., che peraltro non è affatto il peso massimo d’un tempo. Ora il premier deve mostrare di governare per davvero e non traccheggiare: la nuova maggioranza che s’è costituito oltre le larghe intese, quella cioè con le colombe di Alfano e Maurizio Lupi, gli consente di fare le riforme che servono, l’alibi dei berluscones insofferenti non regge più.

È il teorema della bicicletta più volte enunciato dal Rottamatore: «Il governo è come una bicicletta, se non pedala, cade». E fra poco, Renzi sarà in piedi sull’ammiraglia piddina, col megafono in mano, a incalzare il premier-ciclista sui tornanti del Pordoi, fatti di fisco, lavoro, tagli alla spesa pubblica, cioè i tanti «vorrei ma non posso» del primo ministro in questi mesi. Come Letta metterà i piedi in terra per la fatica, la sua corsa sarà finita, osservano gli ancora sparuti renziani del Nazareno. E anche se vincesse il tappone dolomitico, tanto per restare al simbolismo ciclistico, Letta dovrebbe poi vincere il Giro delle primarie di coalizione. Alle quali Renzi arriverebbe fresco, riposato e magari reso ancora più popolare da un seggio a Strasburgo, una ribalta, assicurano nel suo entourage, che lui certo non trasformerebbe in un buen retiro, ma in una passerella continentale.

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