Svolta del compagno Renzi: sarà un socialista europeo (di Gad Lerner)

Il numero due di Matteo Renzi, il suo ex vice sindaco ora deputato Dario Nardella, tratteggia un nuovo posizionamento dell’ormai prossimo segretario del Partito Democratico. Nardella, in un’intervista a “L’Unità” di venerdì 4 ottobre, rimarca come Renzi, a differenza di Enrico Letta, non sia un erede della Democrazia Cristiana; inoltre, per ancorare definitivamente il PD alla sinistra, è necessario che i democratici entrino stabilmente nel Partito socialista europeo. Posizioni che probabilmente inforneranno la quinta Leopolda, annunciata per l’ultimo fine settimana di ottobre dallo stesso sindaco di Firenze. Una svolta a pieno titolo dello stesso Renzi, che, nella seconda Leopolda, svolta alla fine di ottobre del 2011, si era profilato su posizioni molto più centriste e moderate, puntando molto sull’economista liberale Luigi Zingales, che ha una visione politica non esattamente compatibile con quella del Pse. Un posizionamento che era proseguito per tutto il 2012, quando la sfida a Bersani per la leadership del centrosinistra era stata condotta puntando tanto sul tema della rottamazione della vecchia classe dirigente, quanto su proposte più liberali del PD bersaniano accusato di aver fatto una retromarcia socialdemocratica rispetto al partito di Veltroni.

Tanta acqua è passata sotto i ponti, non solo quelli dell’Arno, ed ora Renzi è diventato la grande speranza di rivincita dell’elettorato di centrosinistra. Nardella ne pare consapevole,e rimarca il profilo più coerente con la base progressista del sindaco di Firenze rispetto al suo futuro antagonista Enrico Letta: ” Matteo non è un Dc 2.0. Lui, come me, appartiene a quella generazione nata politicamente con il grande sogno dell’Ulivo. Di una grande forza del centrosinistra che ottiene la maggioranza dei voti e manda a casa il centrodestra”. Una sottolineatura che evidenzia le differenze con il presidente del Consiglio del PD, ora rafforzatosi con la spaccatura del Pdl che potrebbe determinare un’evoluzione neodemocristiana del berlusconismo. Per Nardella “c’è certamente una tendenza verso il ritorno ad un assetto neo-centrista. Sarà decisivo il congresso PD, dove ci saranno due grandi opzioni”. Per l’ex vice sindaco di Firenze al congresso democratico si confronteranno una visione che fa fede alla cultura dell’alternanza, rispetto ad una prospettiva di riassetto politico in senso proporzionale, funzionale al baricentro di questo governo che è fortemente moderato e neo-centrista. “Post-democristiano”, scandisce Nardella.

Nardella tema un ritorno al passato proporzionalista, e per evitare questa prospettiva neo Dc rimarca due passaggi fondamentali: il primo è una nuova legge elettorale che consolidi il bipolarismo, mentre il secondo è l’ingresso definitivo del PD nel Partito socialista europeo. Per Nardella il potenziale nuovo Ppe italiano di Alfano dovrà confrontarsi con la versione nostrana del Pse, guidata da Matteo Renzi. ” Il PD deve scegliere con chiarezza e nettezza di aderire al Pse con l’ambizione sì di rinnovarlo, ma tenendo fermo lo schema bipolare che appartiene alla famiglia socialista”. In concreto la svolta del PD/Pse renziano si dovrà tradurre in una battaglia sulla riduzione del costo del lavoro, che dovrà andare a vantaggio non delle imprese, ma solo dei lavoratori. “Dobbiamo supportare il governo non più silenti, ma spingendolo verso posizioni più riformiste e più di sinistra”. Nardella ritiene che questa prospettiva sia coerente con il bipolarismo europeo perseguito dal Pse, ma dimentica un paio di passaggi. All’interno dell’Ue domina quella che il vice sindaco di Firenze definisce “democrazia consociativa”. Sia nel Consiglio che nella Commissione, così come nello stesso Parlamento, gli equilibri politici Ue sono dominati dall’accordo tra Ppe e Pse. La seconda lacuna del discorso di Nardella dimentica come nella maggior parte dei paesi europei esistano sistemi proporzionali che garantiscono stabilità e una piuttosto frequente collaborazione governativa tra partiti appartenenti a diverse famiglie politiche europee. Puntualizzato ciò, Renzi potrebbe finalmente risolvere uno degli aspetti più problematici del PD, ovvero la sua mancata affiliazione internazionale. Quando il Partito Democratico fu fondato, per evitare polemiche con il gruppo dirigente della Margherita Veltroni preferì lasciare nel limbo la collocazione europea del PD, rinunciando così all’adesione naturale al Pse. A 6 anni dalla sua fondazione i democratici sono l’unico grande partito del panorama continentale a non essere iscritto ad una delle famiglie politiche europee, una contraddizione palese con la stessa evoluzione della crisi dell’unione monetaria ed il conseguente approfondimento delle istituzioni comunitarie.

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