Salvi il bipolarismo o il Pd non sarà più lui di Antonio Funiciello*

ottimo bifronte

“Abbiamo un progetto di governo da offrire all’Italia e, finalmente, una leadership forte, quella di Matteo Renzi, che lo incarni e costruisca per esso una base di consenso riformista”

Come nel 2005, quando presagendo la sconfitta s’inventò il Porcellum, così oggi Berlusconi prova a far saltare il tavolo. È sua abitudine consolidata, a difesa degli interessi di parte che solo gli stanno a cuore, in spregio a ogni interesse generale che riguardi l’Italia. Il Pd è così di fronte a due scenari diversi, entrambi complessi e condizionanti la sua azione.

Il primo scenario contempla la rottura definitiva del patto della larghe intese. Epifani e Letta hanno già detto che non è tempo di governicchi tenuti in piedi col nastro adesivo. In questo modo hanno tenuto unito il Pd su una provvida linea di responsabilità. È chiaro che qualora il governo dovesse resistere per il voto di qualche nomade dello scranno senatoriale, non si potrebbe andare avanti come se niente fosse.

Come pure occorre cautela verso scenari di costruzione di nuovi soggetti centristi in parlamento modello Cossiga ’98. Di tutto l’Italia ha bisogno, fuorché di un nuovo blocco di partiti centristi. È vero che il bipolarismo sbrindellato dell’ultimo ventennio non ha risolto i problemi che aveva ereditato dalla prima repubblica.

Ma è altrettanto (e soprattutto) vero che quei problemi furono creati proprio da un sistema istituzionale bloccato al centro e a base proporzionale. Tornare a qualcosa di simile sarebbe una sciagura per l’Italia e rappresenterebbe un colpo mortale al Pd che è nato proprio contro ogni prospettiva neocentrista e per un bipolarismo decidente.

Già, il bipolarismo. Il presidente Napolitano ha saggiamente costruito una road map che dovrebbe portarci, entro il 2015, a una riforma istituzionale e a una elettorale che favoriscano la ristrutturazione e il rilancio del bipolarismo. Cos’altro fare d’altronde per rendere finalmente anche l’Italia una matura democrazia dell’alternanza se non, come amavano dire alcuni, un paese normale?

Proprio il nesso tra riforma istituzionale ed elettorale poteva garantire una definitiva uscita dalle secche dell’insopportabile transizione istituzionale italiana. Insopportabile perché la terribile crisi economica e sociale del paese è oggi aggravata propria da una politica incapace di scegliere.

Da qui l’esigenza di riscrivere la seconda parte della Costituzione e produrre una legge elettorale che riconceda dignità alla rappresentanza ed efficacia alla governabilità. Eppure un obiettivo tanto ambizioso è oggi possibile insieme a Berlusconi? La domanda ci porta dentro il secondo scenario che il Pd potrebbe trovarsi di fronte nelle prossime ore.

Berlusconi e i suoi, falchi e falchetti, colombe e colombelle, potrebbero decidere di far rientrare la crisi, considerando finanche di votare l’eventuale voto di fiducia. La spudoratezza politica del Cavaliere è tale da ammettere tranquillamente questa possibilità, qualsiasi cosa Letta possa dire in aula (dalla quale per altro è probabile Berlusconi sia assente al momento del discorso). Nel caso di un rientro tanto posticcio dalla crisi di governo, il Pd non potrà non reagire.

Anzitutto, per ragioni sostanziali: prima della crisi, si stava per finanziare in consiglio dei ministri il mancato aumento dell’Iva con l’incremento delle accise sulla benzina e un aumento delle tasse sul lavoro. Non vale proprio la pena tornare a riunirsi in consiglio coi vecchi o nuovi ministri di Forza Italia per fare cose del genere.

Infine, per ragioni di cucina politica: accettare un placido rientro della crisi e poi tornare, in prossimità della sacrosanta decadenza del Cavaliere, alle baruffe berlusconotte è indegno nei confronti delle difficoltà amare che vive l’Italia in questi giorni.

Il Pd deve decidere cosa vuole fare di sé. Siccome è improbabile votare a Natale, quale che sia l’esito della crisi in corso, congresso e primarie sono irrinunciabili per capire se i democratici si percepiscono ancora come partito pilastro del bipolarismo italiano o meno. Abbiamo un progetto di governo da offrire all’Italia e, finalmente, una leadership forte, quella di Matteo Renzi, che lo incarni e costruisca per esso una base di consenso riformista.

Un governo dal popolo, del popolo e per il popolo, è quello che serve all’Italia, e il Pd è sulla buona strada per realizzarlo. La fase di transizione che viviamo serve soltanto a costruire le condizioni affinché i due poli tornino a competere con più profitto per l’Italia. Il Pd è nato per questa precisa missione storica. Senza questa precisa missione storica le ragioni dell’esistenza del Pd non ci sarebbero più.

1.10.2013

*http://www.europaquotidiano.it/2013/10/01/salvi-il-bipolarismo-o-il-pd-non-sara-piu-lui/

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