Sul congresso irrompe la variabile della crisi di Vladimiro Frulletti*

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Il sindaco di Firenze non si metterebbe di traverso se invece del congresso ci fossero le primarie per scegliere il candidato premier

Il sito del Pd la butta sull’ironia per smontare quello che definisce «il bluff» dei parlamentari Pdl solidali con Berlusconi. E così a fianco delle «dimissioni di massa» mette il cappellino dell’omonimo pilota della Ferrari. Ma Epifani non ha alcuna voglia di scherzare. La crisi ora è oggettivamente più vicina e potrebbe cambiare tutto lo scenario che il Pd, con l’imminente congresso, aveva davanti. Stamani la direzione deciderà regole e calendario. Ma è ovvio che a tenere banco sarà il governo e la coabitazione con il Pdl.

Epifani chiede chiarezza. «Ognuno si assuma fino in fondo la responsabilità dei propri atti» spiega il segretario Pd. A questo punto il «chiarimento», come lo chiama Letta, non è più rinviabile. A pretenderlo, per Epifani, sono le parole del Capo dello Stato. Perché questa volta Napolitano ha visto nell’«inquietante» azione messa in campo da Berlusconi più che un colpo alla stabilità del governo, una vera e propria minaccia ai principi fondamentali della democrazia italiana.

Il che dimostra, è il pensiero oramai diffuso in tutto il Pd, la gravità della situazione. «Il Presidente della Repubblica – è il parere di Epifani – ha fatto un richiamo fermo e obbligato alle funzioni essenziali della democrazia parlamentare e al rispetto costituzionale della separazione dei poteri».

Altroché bluff, Berlusconi e il Pdl stanno giocando con la stessa tenuta democratica dell’Italia. Epifani spiega che il Pd si ritrova totalmente («ne condivide sostanza e contenuto») nelle parole di Napolitano di cui «apprezza ancora una volta lo spirito di servizio verso il Paese». Inevitabile quindi che ora il Pd chieda «chiarezza». Una verifica in cui ognuno, appunto, si assuma le proprie responsabilità di fronte agli italiani. Anche a costo di rompere definitivamente. «Vogliono cuocere a fuoco lento il governo e l’Italia» avverte il capogruppo al Senato Luigi Zanda. E il Pd non lo può accettare.

«Il Pd non può cedere» sintetizza il renziano Paolo Gentiloni. E se Matteo Colaninno prova ad appellarsi ai parlamentari «più responsabili del Pdl» per bloccare «una corsa che porterebbe allo schianto il Paese», per Pippo Civati «il Pdl di fatto ha aperto la crisi di governo». Il che dimostra, aggiunge l’altro candidato alla segretaria Gianni Pittella (stasera a Milano chiude il suo tour della legalità) che le larghe intese «purtroppo» in Italia «sono una chimera».

Per questo per i democratici ora diventa prioritario studiare una exit strategy da quella alleanza. Del resto la mossa di Berlusconi al Paese sta già costando parecchio cara. «Il solo annuncio ha già danneggiato l’Italia» annota il senatore Vannino Chiti.

Un «gesto irresponsabile» lo bolla la vicepresidente della Camera Marina Sereni che ha minato l’affidabilità del Paese proprio mentre Letta è negli Usa «per convincere gli investitori stranieri a puntare i loro soldi su un’Italia più stabile ed affidabile». La Borsa ieri mattina s’è svegliata malissimo chiudendo poi, dopo varie giornate in rialzo, con un segno negativo, unica in Europa. E anche lo spread s’è allargato a 251 punti base.

Certo ora la domanda vera che si stanno facendo nel Pd è quanto la corda che sta tirando il Pdl possa ancora reggere. E quanto valga la pena di tenerla in mano rischiando, come dice la presidente del Friuli Debora Serracchiani, di vedere un Pdl che trascina «tutti nel burrone» pur «di dimostrare la fedeltà al capo supremo». Quindi l’intenzione, come dice l’ex ministro Cesare Damiano, è di «andare a vedere il bluff».

Anche se questa partita di poker potrebbe far saltare il banco del governo. E di conseguenza anche il congresso del Pd. Eventualità che il senatore renziano Andrea Marcucci non vuole neppure prendere in considerazione: «Le minacce di Berlusconi, una eventuale crisi di governo – dice -, sono un motivo in più, non in meno, per fare il congresso Pd». Ma questa non è esattamente la posizione del sindaco di Firenze.

Renzi fino a stamani era convinto che le elezioni anticipate non ci sarebbero state perché Berlusconi non ne aveva interesse («sa che lo asfalteremmo»). Questa convinzione non è più così salda. Ed è ovvio che se invece del congresso ci fossero le primarie per scegliere il candidato premier lui non si metterebbe di traverso. Stamani il sindaco sarà alla direzione. Dove non sono previste sorprese.

Anche perché in una situazione politica così complicata dividersi di nuovo sulle regole come sabato scorso in assemblea nazionale sarebbe un mezzo suicidio. E poi ieri sera la commissione (presente anche il lettiano Gianni Dal Moro) ha trovato l’intesa sulla bozza di regolamento scritta dal segretario dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini.

Partenza dal basso coi congressi di circolo e federazione, poi la sfida nazionale. Prima interna solo fra gli iscritti, poi le primarie aperte l’8 dicembre a cui parteciperanno i primi tre (soglia minima del 5%) candidati. Nessuna regola su fine dell’automatismo fra segretario e candidato premier e sull’obbligo di lista unica. Ma questi due punti i candidati dovrebbero assumerli come impegno politico.

Intanto si rafforza il fronte dei sostenitori del “campo democratico” di Goffredo Bettini. Ieri il suo documento ha incassato l’apprezzamento del deputato Michele Meta e del collega, nonché segretario del Pd del Lazio, Enrico Gasbarra. Ma soprattutto quello del governatore Luca Zingaretti che legge nel documento di Bettini lo strumento per superare il correntismo e produrre quella «discontinuità totale» di cui ora ha bisogno il Pd.

27.09.2013

di Vladimiro Frulletti

*http://www.unita.it/italia/pd-congresso-crisi-renzi-rottamatore-regole-primarie-premier-intesa-epifani-direzione-bluff-cav-bozz-1.523820

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