‘Matteo e io faremo così’ (da l’Espresso – 26.09.2013)

di Luca Sappino

Il lavoro. I diritti. I meriti. Le tasse. La competizione. Il ruolo dello Stato e quello dei privati. Parla Yoram Gutgeld, il principale consigliere di Renzi: quello che un domani potrebbe fargli da ministro dell’economia

«Ci servirà tempo. Anche due legislature». Yoram Gutgeld, deputato, è il consigliere economico di Renzi. E per spiegare il paese che hanno in mente, lui e Matteo, chiede soprattutto tempo: «non si può far nulla in un anno o due, come invece vorrebbero fare i governi d’emergenza». Letta si rassegni, dunque: «la prossima legge di stabilità sarà il momento della verità per il governo», dice Gutgeld, ma poi meglio un «monocolore Pd». A guida Renzi, ovviamente.
Già, ma per fare cosa?
«Quello su cui punterà Renzi può deciderlo solo lui, ma io ho una filosofia».

Tocca a Letta, ora, ma voi avreste voluto essere già al governo. Simuliamo: come avreste gestito l’affare Telecom?
«Io farei subito i decreti attuativi della legge di Monti sulla Golden Power, dicendo a chi vuole comprare di fare l’Opa, così come Enel fece con Endesa. Il problema della vicenda Telecom, ovviamente, non è l’italianità: i problemi che io vedo sono l’alto debito che ha Telefonica e il fatto che potrebbe esser costretta a vendere la partecipazione brasiliana di Telecom, per ragioni di antitrust. Il rischio è che la rete fissa sia utilizzata come una cash-cow, una mucca da mungere».

Letta dice «vigileremo ma è privata», dovrebbe fare di più?
«Aspettiamo martedì di sentire cosa dirà Letta. Certo è che Telecom è una delle poche aziende italiane che produce innovazione e fa investimenti: che fine faranno queste attività?».

Altro tema: Imu e Iva. Che fareste?
«Togliere l’Imu dalle case grandi è come prendere ai poveri per dare ai ricchi. E’ una mossa depressiva. Io ho elaborato una proposta molto precisa, indicando una soglia di esenzione a 300 euro. Già così si esenterebbe la metà delle case. Sia per la crescita che per la giustizia sociale è molto meglio ridurre l’Irpef».

E l’Iva?
«Ovviamente sarebbe meglio evitare».

Ma dove prendereste i soldi?
«Quello che sostengo e che ho cercato di suggerire a Matteo già alle primarie è che maggiore equità, nel caso dell’Italia, produce maggior ricchezza. Io sono contrario alla tassa Hollande sui patrimoni o sui redditi alti che peraltro ha prodotto poco più che un miliardo. Sono contrario all’idea di voler «far piangere i ricchi», come disse Bertinotti. Da noi l’equità passa per il contrasto dell’evasione, soprattutto delle fasce medio alte. Sarebbe un atto di giustizia sociale e grande stimolo per l’economia. Da noi chi guadagna 20mila euro all’anno paga il doppio delle tasse che pagherebbe in Germania, mentre chi ne dichiara 100mila paga più o meno la stessa cifra: non è possibile. Questa è la filosofia: equità. E non contro i ricchi ma contro gli evasori».

Lei ha sdoganato la parola “sinistra” associata a Renzi.
«Ma le idee erano già di Matteo. Io sto cercando di dargli veste più organica».

Senza demonizzare la spesa.
«Affermando il concetto di stato sociale come motore di sviluppo. Negli ultimi ventanni la nostra spesa corrente, al netto di quella per gli interessi e le pensioni, per gli assegni che elargisce lo stato, è rimasta lì, ferma, come incidenza sul Pil. Siamo diventati uno dei paesi con la spesa più bassa, calando di 3,5 punti quando tutti aumentavano. Se poi vediamo invece la singola voce degli assegni noi abbiamo aggiunto quattro punti, quando l’Europa ne ha tolti mediamente due. Perché è importante questo? Perché i paesi che hanno avuto crescita più forte, come Olanda e Finlandia, hanno investito in serviti e ridotto gli assegni».

E come cambiereste allora?
«Trasformando la spesa per assegni in servizi. Faccio l’esempio dell’invalidità, della non autosufficienza. Oggi i contributi assegnati dall’Inps, dalle Asl e dai comuni, non coordinati, producono soprattutto un esercito di badanti che lavorano i nero e mandano i soldi nel loro paese d’origine. Offrendo direttamente noi, i servizi, creeremmo lavoro qualificato e un’offerta più mirato e modulabile. Siamo diventato un paese bancomat e non funziona. Sono tutte cose di sinistra? Di buonsenso, direi. La mia idea è che se si produce equità – e non eguaglianza – si cresce».

E la spendig review?
«La spesa deve calare, ma quella della macchina, degli acquisti. Per quella sociale, invece, noi abbiamo bisogno che trenta miliardi di assegni, si trasformino in servizi. La spesa va revisionata, certo, ma per fare un lavoro serio non bastano 18 mesi, servono almeno 5 anni: avendo tempo per si possono ridurre 30 miliardi, ma senza tagli lineari. Ad esser onesti, invece, dovremmo dire che il primo anno non fai quasi quasi niente, e ti serve per impostare scelte che non calino dall’alto».

Non come i governi con scadenza a 18 mesi?
«Non voglio dire niente di male su Letta. Si è trovato tra le mani una legge di stabilità già fatta. La prossima sarà il suo momento di verità».

E dove taglierebbe?
«Faccio sempre l’esempio della difesa. Gli israeliani hanno due o tre volte la nostra forza di fuoco e ma il loro esercito costa la metà. Ecco: più che occuparci degli F35 – per cui, nel formulare un giudizio, non si può non partire dal piano generale degli armamenti – dovremmo notare che il 75 per cento della spesa militare non sono gli armamenti, ma tutto il resto. La spesa insomma deve essere più produttiva».

Come?
«Non facendo, è chiaro, come è stato fatto per il piani di rientro sanitari, in molte regioni, dove si è prevalentemente tagliato il servizio. La via non è quella: devi contenere costi, mantenendo i servizi. Come si fa? Bisogna ad esempio mettere un po’ di meritocrazia, introducendo un sistema di premi e impostando così anche la carriera, per merito e non per anzianità».

Ichino, che consigliava Renzi prima di lei, dice che lei sottovaluta la riforma del lavoro…
«Io dico che ciò che è determinante per il recupero della competitività è l’aumento dei salari per stimolare i consumi, più dell’articolo 18».

Quali sono le prime riforme da fare? 
«Una riforma del fisco, per farlo più semplificato e dialogante, andando ad esempio verso la fatturazione elettronica e le dichiarazioni precompilate. Abbiamo poi bisogno di una deburrocratizzazione dello stato. Se ne parla sempre e se è fatto pochissimo. Fare leggi di semplificazione non serve. Dobbiamo partire dall’idea che la pubblica amministrazione deve trattare i cittadini e le imprese non come sudditi ma come clienti. Se lo stato è un prestatore di servizi a chi paga i suoi costi, alle varie strutture diremo: vi misureremo dal livello di servizi che offrite. E poi ancora dobbiamo rivedere gli investimenti».

Grandi o piccole opere?
«Noi ora o facciamo le grandi opere o facciamo finanziamenti a pioggia. I progetti europei attualmenti aperti 660 mila: ma come si fa a seguirli tutti, a non pensare che servano per il consenso. Sceglierei una via di mezzo, opere medie: la viabilità nelle città, le ristrutturazioni delle scuole, gli interventi di risparmio energetico. Danno più lavoro e servono di più».

Volete riuscire dove non sono riusciti gli ultimi tre governi.
«Per completare tutto ci servono una o due legislature».

Tutte queste cose le potrete fare solo con un monocolore Pd?
«Sarebbe meglio, sì. Ma non è scritto da nessuna parte che queste riforme non si possano fare anche con delle grandi coalizioni. In Germania hanno fatto molto, pur avendo dei governi larghi. Anche il nostro può ancora fare qualcosa: il suo momento della verità sarà la prossima legge di stabilità».

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